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La riunione dei gruppi parlamentari del M5S è stata l’ennesima stazione della via crucis grillina. Sotto traccia. Tra sfoghi. Piccole invidie, Malumori. Insomma, dal punto di vista emotivo, di tutto e di più. Per ora, però, ricacciati all’indietro. E alla fine, tutto rinviato. Infatti, lungi dall’aver affrontato i problemi e le contraddizioni più evidenti che rischiano di condurre all’implosione del  Movimento, l’appuntamento che doveva essere decisivo si è risolto nell’invocazione – da parte di tutti – degli Stati generali di marzo. Tuttavia, a causa degli abbandoni attuati o annunciati, vi è l’impressione che stavolta sia cominciata la resa dei conti. Motivo scatenante, i versamenti al movimento. Argomento scivoloso, vista l’antica allergia degli eletti verso gli obblighi finanziari. Materia vera del contendere, l’uomo solo al comando. L’atmosfera da caserma. Le pesanti sconfitte subite.  L’incerta collocazione. Forse anche il ruolo in(de)finito di Grillo.La mancanza di prospettive. E perciò le ridotte possibilità di rielezione per molti.  Il fatto che si sia preferito non mettere ai voti il documento approntato da tre senatori (illustrato però ai giornalisti dallo stesso capogruppo) dimostra che si è scelto di non acuire divergenze e dissensi molto diffusi. Tuttavia, le questioni riproposte nel documento saranno inevitabilmente al centro del dibattito del quasi-congresso ormai alle viste. Innanzitutto, la necessità di un “organismo collegiale democraticamente eletto” al posto del capo politico designato da Grillo. Un cambio avvertito, da coloro che non intendono abbandonare il M5S, come l’ormai indispensabile passaggio da una leadership incerta e solitaria a una guida più condivisa. E meno soggetta a improvvisi e capricciosi cambi di rotta.  I più insofferenti verso Di Maio vedono questo passaggio come una sorta di liberazione. Di certo, il capo politico ha le attenuanti della giovane età ma anche le aggravanti di essersi ostinato finora a  non cedere alcuna quota del suo potere interno. Cosa che ha nociuto al Movimento senza giovare alla sua figura politica. Ha fatto di lui un capo contestato, gravato dal peso di numerose sconfitte. Un esponente di  governo di certo non brillante. E oggi un ministro degli esteri solo nei ritagli di tempo! Ben più rilevante è la richiesta, ampiamente sostenuta, di una leadership democraticamente eletta. Cosa che richiede modifiche statutarie.  La sua mancanza  è apparsa –  fin dalla nascita del M5S – in palese contraddizione strategica con la sua natura di movimento partito dal basso!  C’è da dubitare, al punto in cui sono giunte le difficoltà pentastellate, che una sola mossa possa risollevare le sorti del Movimento. La contraddizione, infatti, è che si continui a rivendicare la sua natura post-ìdeologica, mentre tutto intorno sembra penalizzare le identità politiche indefinite. Con l’aggravante che quasi tutti i parlamentari fuoriusciti hanno rivendicato la necessità di una maggiore sensibilità sociale “di sinistra”. L’altro punto dolente è – e non da oggi – il ruolo della Casaleggio & associati, considerata dai più come un corpo estraneo. Che inghiotte risorse. E detta legge su molte scelte. Senza alcuna responsabilità vera. Di Maio ha assicurato che la gestione finanziaria sarà riportata nell’alveo interno del M5S. Più sfuggenti e reattivi i suoi atteggiamenti su una gestione più collegiale. Il “team del futuro” con i cosidetti facilitatori sembra appassito anzitempo, mentre vi sono dei rumors sul possibile affiancamento da parte di una donna. Diversivi tattici? Forse. Il fatto è che un nuovo capo politico non c’è ancora. E Grillo sarebbe contrario a direttori. Nelle condizioni date – cioè il malloppo delle questioni irrisolte da anni, appesantite da invidie e incomprensioni anche personali – quelli definiti immaginificamente gli Stati generali (nome storicamente sfortunato!) di marzo rischiano di tramutarsi in un appuntamento gravato di troppe incertezze. Di contenuti. Di strategia.  Di leadership. Senza contare che pesa, su tutto, la grande incognita delle elezioni regionali. Se il M5S dovesse uscirne male, riuscirà a reggere l’urto? E a non trasformarsi in un campo di battaglia di  tutti  contro tutti?

di Erio Matteo

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