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“Più fai bene le cose, più sei libero di scegliere, o di non scegliere, perché poi la gente sceglie te…” E’ certamente una lezione di vita quella impartita da Mario Draghi ai ragazzi del “Punto luce” di “Save the Children”, martedì scorso a Roma; ma può anche essere letta come una non tanto criptica disponibilità alla candidatura al Quirinale, nel momento in cui le nomination si affastellano sui giornali e nelle Tv senza apparente criterio politico-istituzionale se non quello di gettare qualche sasso in uno stagno che somiglia molto a una palude. E tanto per essere più chiaro, il presidente del Consiglio ha aggiunto: ”Cercate sempre di pensare a quello che state facendo. Farlo bene, divertirvi, è l’altra cosa che è molto importante per chi cerca la strada – perché un po’ tutti, anch’io la sto ancora cercando la strada…” Frasi che segnano un punto fermo in una corsa al Colle più alto nella quale già molti possibili candidati sono stati volutamente bruciati. L’impressione è che rivolgendosi a dei ragazzi che si affacciano alla vita, Draghi abbia voluto anche lanciare un segnale ai mille adulti che fra due mesi dovranno scegliere il successore di Mattarella. Un segnale di disponibilità, forse, ma certamente anche un ammonimento, come se volesse dire: guardate che comunque dovrete fare i conti anche con me, nel senso che la scelta che dovrà compiere un Parlamento finora mortificato nella cornice dell’unità nazionale disegnata da Mattarella, non potrà essere interpretata come un intralcio all’azione dell’esecutivo.

Un altro segnale della disponibilità a lasciarsi scegliere, che è il massimo che si possa chiedere ad un candidato al Colle, è venuto pochi giorni dopo, quando il segretario del Pd Enrico Letta, reduce proprio da un incontro col presidente del Consiglio, aveva chiesto ai sindaci democratici di tenersi pronti “per quando finirà la stagione Draghi, una fase positiva che però ad un certo punto terminerà”. Dunque anche il Partito democratico come già la Lega, ritiene imminente la fine dell’emergenza e si prepara ad affrontare la nuova fase politica tenendosi le mani libere. Lo spartiacque non può essere che l’elezione del nuovo Capo dello Stato, alla quale Draghi si prepara continuando a “far bene le cose” come ha raccomandato ai ragazzi romani. Due esempi in rapida successione: l’accordo per la riduzione degli scaglioni dell’Irpef che favorisce il ceto medio e mette al sicuro la manovra finanziaria che da lunedì affronta l’esame parlamentare al Senato; e la firma del trattato del Quirinale con la Francia di Macron che conclude anni di trattative condotte da tre governi e ha visto un impulso determinate di Mattarella dopo che l’insipienza di Luigi Di Maio aveva mandato tutto all’aria nel febbraio del 2019, quando l’allora capo dei Cinque Stelle, ministro del governo Conte, andò a Parigi a lisciare il pelo ai gilet gialli, e Parigi ritirò l’ambasciatore a Roma. Il taglio delle tasse è opera del titolare dell’Economia Daniele Franco, il cui nome viene fatto quale possibile presidente del Consiglio nel caso di un trasferimento di Draghi al Quirinale, nel segno di una evidente continuità; il trattato italo-francese ha una sicura proiezione europea, ma in qualche modo rappresenta in Italia un modello istituzionale nel quale la massima carica di garanzia influenza direttamente le politiche dell’esecutivo.

In questa settimana, dunque, la partita del Quirinale si comincia a delineare in modo meno confuso e improvvisato anche se, beninteso, è tutta da giocare. Resta l’incognita dei grillini, che sembrano non sapere cosa desiderare, mentre gli altri giocatori dovranno presto fare i conti con la nuova realtà che si va prospettando.

di Guido Bossa

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