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Ariano, Montecalvo e il terremoto del ‘62

Di Paolo Speranza

“Una triste alba si è levata stamani sulle alture dell’Irpinia”, scrive il 22 agosto da Ariano Irpino l’inviato del quotidiano socialista “Avanti!”Giancarlo Lannutti, autore di uno dei reportage più dettagliati e incisivi sul terremoto che il 21 agosto di sessant’anni fa colpì una vasta zona delle province di Avellino e di Benevento, con particolare violenza nella città del Tricolle, a Montecalvo Irpino, Apice, Melito Irpino. L’onda sismica si protrasse per alcuni giorni: “La terra non si è ancora quietata – scrive la settimana successiva l’inviato del “Corriere della sera” Paolo Bugialli – Ieri i sensibilissimi pennini degli osservatori hanno registrato quattro scosse con lo stesso epicentro del giorno dello sconquasso. Due scosse intorno all’alba, leggerissime. Una ancora leggera poco dopo le tredici. Un’altra dopo le quindici: meno leggera questa tanto è vero che a Napoli no, ma nella provincia molti l’hanno avvertita. Ad Ariano Irpino, per esempio, l’hanno sentita tutti – tutti quei pochi, seimila, che sono rimasti nei campi intorno al paese – quella che si spera sia l’ultima delle scosse di assestamento. È durata pochi secondi, ma ha fatto tremare il terreno sotto i piedi della gente. Non ha aggravato i danni, però ha convinto i profughi che hanno ragione a non voler tornare nelle loro case”. Nello stesso articolo, l’inviato del quotidiano milanese sottolinea: “La situazione di Ariano Irpino – ora che i momenti del terrore sono passati e che è venuto il momento di fare i conti e di affrontare i problemi – appare la più disastrosa di tutta la zona scossa dal terremoto”, tanto che nei giorni dell’emergenza si discusse concretamente di “abbandonare totalmente Ariano Irpino e di ricostruire l’abitato altrove”, come si verificò per i paesi di Apice e di Melito Irpino. Non è questa la sede per ricordare il corollario di dolore e di polemiche che accompagnò il dopo-sisma del ’62, che merita un’ampia e specifica monografia storica. Della valanga mediatica che si abbattè sull’Irpinia e sul Sannio è tuttavia doveroso ricordare almeno uno dei titoli ad effetto (Nei paesi dell’Irpi – nia come in Congo, riferito al ritardo dei soccorsi e alla penuria dei generi di prima necessità nei campi dei senzatetto) e l’istanta – nea del fotoreporter Duilio Pallottelli dal titolo Pane all’Irpinia, che vinse il premio per la migliore fotografia dell’anno, pubblicati entrambi a corredo del reportage di Mino Monicelli (fratello del noto regista Mario) sul diffuso settimanale “L’Europeo”. Fra i reportage più realistici, e al tempo stesso equilibrati e rispettosi verso le popolazioni colpite dal sisma, si segnala l’am – pio servizio pubblicato sul quotidiano “Avanti!” da Francesco Cacciatore, intellettuale salernitano e prestigioso dirigente nazionale del Psi, che visitò tutti i paesi dell’area colpita nelle province di Benevento e Avellino. Alcune delle sue impressioni vennero riprese in maniera strumentale dal settimanale di estrema destra “Il Borghese”, che usò la tragedia per imbastire (o meglio, accentuare) una polemica astiosa nei confronti del primo governo di centrosinistra e soprattutto contro uno dei suoi esponenti di spicco, l’irpino Fiorentino Sullo, all’epoca ministro dei Lavori Pubblici e bersaglio prediletto delle firme del settimanale, antesignani (e tuttavia dotati di un livello culturale e letterario superiore) dei vari Feltri e Belpietro dell’era berlusconiana. In realtà Cacciatore si limitò ad una corretta e rigorosa registrazione dei fatti, fornendo ai lettori una testimonianza preziosa, soprattutto, sui comuni del Sannio: Buonalbergo (“ottocento senza tetto su tremila abitanti”), Pago Veiano (“circa l’ottanta per cento della popolazione è oggi senza abitazione”), Molinara (dove “è stata data una piccola coperta per ogni nucleo familiare e i genitori sono disperati non sapendo come proteggere i bambini”), e quindi San Giorgio La Molara, Apice e la stessa Pietrelcina. Dovunque centinaia di senzatetto, danni enormi alle abitazioni, ritardi nei soccorsi, e soprattutto desolazione nelle campagne: “Le case coloniche – scrive Cacciatore per evidenziare la tragica situazione dei contadini del Sannio e dell’area del Cervaro – sono state distrutte quasi al cento per cento: i prodotti agricoli già raccolti sono ora ricoperti dalle macerie insieme ai pochi e rudimentali attrezzi, mentre gli animali sono allo scoperto”. In occasione delle catastrofi naturali, in modo particolare per il terremoto del ’62 e quello del 23 novembre ‘80, la chiave di lettura e di interpretazione della realtà irpina e sannita, da parte di commentatori e reporter, è stata sostanzialmente di duplice segno: da un lato il trionfo degli stereotipi, di luoghi comuni spacciati per analisi sociologiche (o, peggio ancora, per “meridionalismo”), non di rado anche di cripto-razzismo; dall’altro, lo sforzo generoso di documentare le tragedie e le contraddizioni di una comunità isolata ed economicamente depressa, l’indignazione civile per l’arretratezza di strutture e servizi, e anche un concreto contributo di solidarietà, peraltro non sempre compreso ed apprezzato dalla popolazione locale, spesso più incline ad attendere dai soccorritori e dalla politica il “miracolo” o la “raccomandazione” anzichè attivarsi per una collaborazione reciproca ed attiva. Dalle immagini e dai titoli dei giornali, i fenomeni sismici si caratterizzano come filo conduttore del Novecento in Irpinia e nel Sannio, delle trasformazioni economiche, sociali e di costume di quest’area, delle sue emergenze mai definitivamente risolte, della sua immagine al cospetto dell’opinione pubblica italiana ed internazionale. Un’emergenza infinita, specchio e metafora della cronica arretratezza strutturale delle regioni del Sud, come racconta in prima persona Giorgio Amendola nell’ampio reportage pubblicato su “l’Unità” dell’11 novembre di quell’anno: “Ho visto le baracche del terremoto del 1908 a Messina, ho visto le casette del terremoto della Marsica del 1915. Ci sono in Alta Irpinia le casette del terremoto del ’30. Ogni terremoto lascia il Mezzogiorno il suo ricordo, che resta come una testimonianza che non viene cancellata. E poi? Finché dureranno le baracche di legno del ’62?”. Ampliando l’orizzonte della sua analisi politica, sulla scorta dell’antica consuetudine con i paesi dell’Irpinia terremotata, l’autorevole dirigente del Pci si produce in un duro j’accuse alla classe di governo: “Quello che più mi ha colpito dolorosamente nella visita fatta a Montecalvo e ad Ariano non è il nuovo che appare drammatico con le distruzioni provocate dal terremoto, ma il vecchio che non è stato toccato, e che è quello di sempre, che ho conosciuto da tempo, soltanto più vecchio e cadente, abbandonato ormai alla sua degradazione. (…) Ecco il crimine compiuto dai governi democratici cristiani, una rovina morale più grave di quella materiale provocata dal terremoto. (…) Così chi ha potuto se ne è andato. E la popolazione è diminuita, ma non è diminuita la miseria, anzi si è fatta più greve”. Nel decennio successivo, soprattutto grazie ad una rapida industrializzazione e ad una scolarizzazione diffusa, l’Irpinia (e più tardi il Sannio interno) si sarebbe finalmente risollevata dal triste primato di provincia più povera d’Italia, conquistando livelli persino insperati di crescita economica e di benessere. Mutati i tempi, tuttavia, tornano di stringente e drammatica attualità le domande che, in chiusura del suo intervento, Amendola poneva agli irpini e ai lettori: “Allora il problema che si pone, che non è di Montecalvo o di Ariano, ma di tutto il Mezzogiorno interno (…) è quello del destino di queste zone. Bisogna chiuderle, cacciarne le popolazioni, farne una riserva, o un parco nazionale, come vorrebbero certi tecnici, o si può tracciare una prospettiva concreta di rinascita?”

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