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Bartolomeo La Penna e il sommergibile Smeraldo affondato durante la guerra ma mai ritrovato

Pubblichiamo di seguito l’intervento di Paolo La Penna, figlio di Antonio, latinista di fama internazionale scomparso lo scorso anno. La Penna ricostruisce la vicenda dello zio Bartolomeo, risultato disperso durante la seconda guerra mondiale, in seguito all’affondamento del sommergibile Smeraldo nel 1941. Il relitto dello Smeraldo non è mai stato trovato

di Paolo La Penna

Una storia dimenticata, come quella dei tanti altri soldati mai più tornati dalla guerra. E’ quella di Bartolomeo La Penna, fratello di mio padre Antonio, l’illustre latinista. Bartolomeo, primogenito di una famiglia di quattro figli – dopo di lui Angelino, mio padre e Nicolina -, era nato il 9 ottobre 1910, aveva scelto la carriera militare lasciando molto presto Bisaccia, fino a diventare tenente di vascello della Marina Militare. Una scelta probabilmente dettata dall’economia delle famiglie contadine, che voleva il primogenito destinato alla carriera militare, il secondo al lavoro dei campi e il terzo alla vita sacerdotale. Mio padre non divenne prete probabilmente solo perchè il nonno aveva ricevuto una formazione laica e non aveva un buon rapporto con la Chiesa. L’ingresso di Bartolomeo nella Marina fu decisivo per la nostra famiglia, poichè il denaro guadagnato consentì a mio fratello di studiare, di comprendere il valore della cultura e diventare lo studioso capace di ottenere riconoscimenti internazionali per i suoi studi. Pur avendo lasciato Bisaccia, non smise mai di contribuire alle necessità della famiglia. E se zio Angelino e mio padre non furono chiamati a combattere fu proprio perchè un loro familiare era morto in guerra.

Zio Bartolomeo fu in prima linea al fronte nella seconda guerra mondiale, era lui a guidare il sommergibile Smeraldo, affondato nella seconda metà del settembre 1941. Lo Smeraldo lasciò la base di Augusta il 15 settembre per posizionarsi, pronto ad intervenire, nel Canale di Sicilia, e per poi fare rientro nel porto il 26 settembre. Ma dalla sua partenza non dette più notizie di sè. E nulla si seppe di mio zio Bartolomeo e dei 45 uomini dell’equipaggio, provenienti da tutta Italia. Per mio padre la morte del fratello fu un evento traumatico, non manifestava facilmente i suoi sentimenti ma, fin da quando ero piccolo, la storia di quel fratello morto in mare e il cui relitto non era mai stato ritrovato, tornava sempre nei nostri discorsi. Non era un caso che mio padre avesse nella sua stanza solo due foto, quella della famiglia e del fratello Bartolomeo. Ad amareggiarlo anche il mistero sulle sorti del relitto del sommergibile, mai trovato. L’ipotesi iniziale era che fosse finito su una mina al largo di capo Bon, per poi affondare. Fino alla scoperta di Jean Pierre Misson, specializzato nella ricerca archeologica subacquea, di un giacimento di relitti a Tabarkia, in Tunisia nel 2014: fra questi, avrebbe individuato anche i resti dello Smeraldo. Misson è uno specialista di simili esplorazioni, a lui si deve l’identificazione dei relitti dei sommergibili Urge, Argonauta e Foca e della nave cisterna Picci Fassio. Quando abbiamo saputo della sua scoperta, abbiamo cercato di contattarlo e Misson ci ha illustrato i numerosi elementi che fanno propendere per l’identificazione con ciò che resta dello Smeraldo. Si tratterebbe, infatti, di un sommergibile della classe Sirena e con due porte sul fianco destro della torretta proprio come lo Smeraldo. Senza contare che solo lo Smeraldo era l’unico sommergibile mandato in missione nel Canale di Sicilia. Nel dicembre del 2023, mio padre ha voluto scrivere una lettera al presidente della Repubblica Mattarella, raccontandogli la storia del fratello, chiedendo informazioni sulla missione programmata per avvicinare il relitto e fare chiarezza sui ritrovamenti di Misson. Il presidente rispose di aver girato la richiesta al Ministero della Difesa, non essendo questione di sua competenza. Dopo la morte di nostro padre, nel maggio 2025 mi sono rivolto al Ministero della Difesa, che ha risposto non escludendo la possibilità di svolgere ricerche, dopo previsione tecnico-economica, e soprattutto previa autorizzazione dello stato costiero, la Tunisia.  Il problema è proprio questo, il relitto si trova in acque territoriali tunisine e per avviare le ricerche si tratta di chiedere autorizzazione al governo della Tunisia. Confidiamo, dunque, che il governo italiano si adoperi per ottenere al più presto questa autorizzazione, esplorare quel relitto e fare chiarezza su ciò che è stato di quel sommergibile.

 

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