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Capodarca, il pioniere degli alberi monumentali

Di Diego Infante

Nell’accingermi a scrivere queste righe mi sono chiesto: è possibile parlare di un libro fuori catalogo, esaurito, il cui editore non esiste nemmeno più? Mi sono detto che sì, ne valeva la pena, in primo luogo per le caratteristiche di eccezionalità dell’opera, che risiedono nel carattere squisitamente pionieristico: il censimento, la ricerca e la descrizione degli “Alberi monumentali del Lazio”. Prima del pregevole lavoro di Valido Capodarca ed Eno Santecchia, le informazioni sui giganti arborei si perdevano nella densità di brume oscure, e come un fiume carsico, talvolta emergevano in superficie, ma senza che vi fosse la possibilità di organizzarle in maniera sistematica. A maggior ragione un lavoro prezioso quello di Capodarca, che ha avuto «la ventura (o la sventura?)», come egli scrive, con sagace ironia, nell’introduzione, di svolgersi in un arco temporale di circa un ventennio, il che ha consentito di ripetere più volte ricerche e misurazioni.

Già perché in quanto essere vivente, l’albero nasce, cresce e muore, ed è proprio la scansione sul lungo periodo che ha consentito a Capodarca di cavarne un’opera fuori dal comune: così facendo l’autore ha potuto verificare le variazioni di molti esemplari (e quindi stimarne l’età), come pure il relativo stato di salute e talvolta, di dover, a malincuore, accertarne la morte.

A ben vedere, forse non tutti sanno che gli esseri viventi più antichi della terra sono proprio alberi (se si escludono i microorganismi).

Orbene, sul trono dei saggi (eccettuando le piante clone, come l’abete “Old Tjikko”, in Svezia, che secondo analisi condotte al radiocarbonio avrebbe oltre 9500 anni), siede un Pinus longaeva californiano, soprannominato “Methuselah”, che pare abbia più di 4.700 anni (a contendergli il primato sono un tasso nel Galles del Nord, accreditato di circa 4-5000 anni, un cipresso in Iran con la stessa età del precedente e i Cupressoides Fitzroya cileni, di oltre 3600 anni).

Ma un posto d’onore nell’immaginario collettivo spetta al “Generale Sherman”, una sequoia gigante californiana, probabilmente il più grande essere vivente al mondo in termini di volume, con una circonferenza di oltre 30 metri e un’altezza che supera gli 80, la cui età stimata oscilla tra i 2300 e i 2700 anni.

Certo in Italia non possiamo vantare simili primati, eppure tornando al libro di Capodarca, possiamo cogliere il suo invito a seguire quelle che Robert Macfarlane chiama «le antiche vie», per sintonizzarci, a passo lento, con la parte più autentica di noi, che vibra insieme a tutto l’universo.

E proprio in questa direzione sembrano andare le parole che accompagnano le schede: una relazione affettiva, per certi versi “sentimentale”, con ogni pianta, di cui, oltre ai dati puramente tecnici, è raccontata la storia, soprattutto in termini di interazione con l’uomo.

Uomini che magari li custodiscono, serbandone una memoria che si perde nella notte dei tempi (abbondano aneddoti, storie e leggende), oppure che più prosaicamente vi trovano ristoro dopo una giornata nei campi, per finire con le vicende, talvolta divertenti e rocambolesche, di chi, con tenacia, ne ha scoperto per primo l’esistenza.

Non mancano le curiosità: una roverella nel viterbese ospita tra le fronde della sua annosa chioma una suite per ospiti davvero privilegiati.

Rispetto a questa “corrispondenza d’amorosi sensi” che Capodarca instaura con i patriarchi arborei e che rappresenta la connotazione più interessante del testo, si percepisce la gioia nel ritrovare un caro vecchio amico, cui magari lo scorrere del tempo ha portato via qualche ramo, ma che sembra ascoltare e parlare, pur se in un linguaggio diverso dal nostro. E che però, nonostante le parole di Pietro Maroè secondo cui gli alberi «Non gridano, non piangono, non si contorcono dal dolore. Soffrono in silenzio…», una voce ce l’hanno: il potere della vibrazione.

L’orecchio acuto saprà ascoltare addirittura il loro “canto”, che non è legato allo stormire delle foglie, ma che risiede nella capacità di percepirne la natura di essere vivente, in un’esperienza multisensoriale che coniuga tatto, udito e vista. Solo così, accarezzando con le mani la sua pelle, ora rugosa, ora liscia, saremo in grado di ascoltare lo scorrere della linfa nel tronco, di avvertire il suo impercettibile movimento, il suo espandersi e ritrarsi, in breve il potere di quella vibrazione universale che tutto pervade.

Noi compresi: giammai osservatori esterni e distaccati (secondo le risultanze della fisica quantistica), ma «parte del tutto di cui tutti siamo parte» (Nigel Warburton).

È per queste ragioni che dipendiamo dagli alberi, in primo luogo grazie ai fondamentali servizi ecosistemici che con generosità ci offrono, ma è anche vero che oggi più che mai sono essi che dipendono da noi: come asserisce un detto dei nativi americani, «Gli alberi sono le colonne del mondo. Quando tutti saranno tagliati, il cielo cadrà sopra di noi».

Riflessioni oltremodo attuali in un Paese come l’Italia, distratto e assente sui temi ambientali, che così facendo mette in serio rischio il futuro delle prossime generazioni. Si pensi, a titolo puramente indicativo, all’approvazione dello sciagurato Testo Unico Forestale, che ha sancito di fatto la fine del cosiddetto (in termini dispregiativi) “bosco-museo”, a tutto vantaggio di una visione economico-produttiva (vedasi il business delle centrali a biomasse), in cui l’utile (a breve scadenza) diventa il paradigma di un modo di vivere che ci sta conducendo nel baratro.

Un motivo in più per apprezzare il lavoro di Capodarca, specie nei suoi risvolti a livello pedagogico, perché è dall’educazione che si deve partire se si vuol sperare di cambiare qualcosa: il sentiero che egli ha aperto, da vero pioniere (ma senza mai dover rimuovere un ramo!), consente a chiunque di percorrerlo in estrema autonomia, sia che ci si voglia incamminare alla scoperta dei monumenti arborei (che nulla hanno da invidiare alle cattedrali in pietra), sia che si abbia l’ardire di continuare la mappatura sentimentale dei nostri giganti, che andrebbe estesa, con altrettante pubblicazioni, a tutte le regioni del nostro Paese.

Come scrive Martin Heidegger, «Molti sono i sentieri ancora ignoti. Ma a ogni pensante è assegnata sempre e soltanto una via, la sua: nelle cui tracce egli deve sempre costantemente vagare, per attenersi infine a essa come alla propria via, la quale mai però gli appartiene».

 

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