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Congresso Pd, Palmieri: l’intervento che avrei voluto fare

“Questo è l’intervento che avrei voluto fare, se il congresso si fosse svolto in un clima di confronto sereno, civile e democratico”. Così Pellegrino Palmieri, di Radici e Futuro.

Care compagne e cari amici,

intervengo oggi partendo da un dato molto semplice, ma anche molto significativo.

Nel congresso che stiamo celebrando dieci o undici circoli del Partito Democratico della provincia di Avellino non hanno nemmeno ritirato il plico congressuale.

In altri circoli il congresso si è svolto con due o tre persone che hanno votato, chiuso le schede in una busta e portato tutto in federazione.

Questo è il punto da cui dobbiamo partire.

Perché un congresso non è una formalità burocratica.

Un congresso dovrebbe essere il momento nel quale una comunità politica si guarda allo specchio, discute, si confronta, magari si divide anche, ma poi prova a ritrovarsi su una prospettiva comune.

Se non fosse stato per il nostro impegno, per l’impegno di Radici e Futuro, per il coraggio di presentare una seconda lista e di aprire una discussione dentro questo partito, questo congresso sarebbe stato poco più di una rappresentazione formale.

Un passaggio burocratico per confermare quello che già esisteva.

Nel bene o nel male, invece, una discussione si è aperta.

E questo, a mio avviso, è già un elemento positivo.

Perché un partito che non discute è un partito che lentamente smette di esistere.

Essere segretario provinciale, presidente del partito o membro della direzione di un’organizzazione che non vive, che non mobilita persone, che non produce partecipazione, è un esercizio sostanzialmente inutile.

Non incide nella società.

Non parla ai cittadini.

Non costruisce politica.

A meno che qualcuno non pensi alla politica esclusivamente come strumento di collocazione personale, come un passaggio per occupare una posizione istituzionale o per costruire una carriera.

Ma in quel caso non stiamo più parlando della vita di un partito.

Stiamo parlando della sistemazione individuale.

E invece la politica dovrebbe essere esattamente il contrario.

Chi ha qualche anno di militanza sulle spalle lo ricorda bene:

le stanze della federazione di via Tagliamento erano luoghi vivi.

Erano luoghi dove si incontravano compagni, militanti, amministratori, giovani che avevano voglia di discutere e di dare un contributo.

Quelle stanze nel tempo si sono progressivamente svuotate.

Io non credo alle mutazioni antropologiche della società come spiegazione universale di tutto.

Credo invece che chi ha guidato questo partito negli ultimi dieci o quindici anni abbia delle responsabilità politiche precise rispetto alla situazione nella quale ci troviamo oggi.

Così come credo che il fatto che il partito sia stato progressivamente occupato o scalato da gruppi politici provenienti da altre tradizioni — penso per esempio all’area dell’UDC — sia stato possibile anche per scelte e responsabilità interne alla nostra classe dirigente.

Detto questo, non sono qui per fare processi.

Ma una riflessione sulla nostra storia recente è necessaria, perché solo comprendendo gli errori possiamo evitare di ripeterli.

Perché oggi dobbiamo essere molto chiari su un punto.

Un militante, un iscritto, una persona che decide di dedicare tempo alla politica è una ricchezza enorme.

E proprio per questo non possiamo permetterci di ignorarle o di mortificarle.

Se davvero consideriamo i militanti una ricchezza, allora anche l’attività della federazione provinciale nei confronti dei circoli deve cambiare impostazione.

I circoli non possono essere trattati come strumenti di manovra.

L’attività della federazione deve essere volta alla valorizzazione dei circoli, alla coesione della comunità politica, alla crescita del gruppo dirigente locale.

Non può essere un’attività finalizzata solo alla divisione e alla spaccatura.

Perché purtroppo in passato abbiamo visto circoli trattati come bandierine da piantare oppure come mammelle da cui succhiare latte quando servono voti e preferenze.

Questo modo di concepire i circoli ha prodotto esperienze disastrose.

Ci sono stati circoli completamente sfasciati da interventi politici sbagliati che invece di creare collaborazione hanno generato divisioni e abbandono.

E non parliamo delle campagne elettorali.

Durante le campagne elettorali il territorio diventa spesso territorio di conquista di preferenze.

Saltano tutte le regole.

Succede perfino che il segretario di un circolo non sappia nemmeno che nel suo territorio si sta organizzando un’iniziativa del Partito Democratico.

Queste sono cose semplicemente assurde.

E noi, come Radici e Futuro, lo diciamo chiaramente: su queste dinamiche non faremo più finta di niente.

Se in passato si è soprasseduto, noi saremo sentinelle.

Perché un partito serio si fonda sul rispetto delle persone e delle comunità locali.

Una riflessione sul senso della politica

Dobbiamo ricordarci una cosa molto semplice.

La politica serve soprattutto ai più deboli.

Lo ricordava anche Papa Francesco quando parlava della politica come di una delle forme più alte di carità civile.

Oggi la concentrazione della ricchezza nel mondo ha raggiunto livelli mai visti nella storia dell’umanità.

Di fronte a questo l’unico strumento che abbiamo per difenderci come società è la politica democratica e la partecipazione popolare.

Sanità pubblica: una battaglia di civiltà

Vorrei fare anche una breve riflessione sulla sanità pubblica.

Una delle più grandi antropologhe del Novecento, Margaret Mead, diceva che il primo segno di civiltà nella storia dell’umanità non è stato la scrittura o la tecnologia.

Il primo segno di civiltà è stato il ritrovamento di un femore umano fratturato e poi rinsaldato.

Perché nella natura un animale con un femore rotto è destinato a morire.

Se quel femore si è rinsaldato significa che qualcuno si è fermato, lo ha curato, lo ha difeso, lo ha assistito fino alla guarigione.

In quel momento nasce la civiltà.

La vera differenza tra l’uomo e l’animale è l’empatia: la capacità di sentire il dolore dell’altro come se fosse il proprio.

Per questo la sanità pubblica e l’assistenza alle persone malate non sono soltanto una questione di diritti.

Sono una questione di civiltà.

Quando in un Paese si permette che qualcuno lucra sulla malattia delle persone, quando per fare un esame bisogna aspettare mesi e mesi a meno che non si paghi, significa che siamo già dentro una situazione di grande allarme.

Per questo difendere la sanità pubblica deve diventare una delle battaglie civili più importanti del nostro tempo.

Una riflessione sull’Irpinia

L’Irpinia non è un territorio omogeneo.

È una provincia composta da tre aree molto diverse.

L’Alta Irpinia, ricca di ambiente e identità ma segnata dallo spopolamento.

Il capoluogo Avellino con il suo hinterland, che dovrebbe essere il motore della provincia ma che negli ultimi decenni non è riuscito a svolgere pienamente questo ruolo.

E la Bassa Irpinia, in particolare il Baianese, area di cerniera con la metropoli napoletana che rischia di diventare un territorio dormitorio.

Su questi temi il Partito Democratico deve elaborare proposte serie di sviluppo territoriale.

Una riflessione personale.

Io, sinceramente, gli incarichi di partito non li ho mai considerati un grande traguardo personale.

Il riconoscimento che conta davvero è quello delle persone in carne e ossa.

Il rispetto delle persone che incontri al bar, dei contadini dei nostri paesi, dei metalmeccanici con cui lavori tutti i giorni.

Perché alla fine le persone non ti giudicano per le cariche che ricopri.

Ti giudicano per quello che sei.

Per questo noi non abbiamo bisogno di poltrone.

Noi mettiamo a disposizione del partito le nostre idee, la nostra energia e la nostra voglia di fare.

Perché senza partecipazione un partito non esiste.

E senza partiti vivi anche la democrazia diventa più fragile.

 

 

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