Avevo sette anni circa, ora non ricordo l’età di preciso. Quella mattina mia madre Elena, buonanima, mi teneva per mano.
Abitavamo al Corso di Avellino e riparammo dietro un portone a quattro passi da casa. Prima di raggiungere la pace eterna, mamma mi raccontò che quel giorno piangevo a dirotto mentre una grande folla si agitava sul marciapiede tentando di raccogliere qualcosa che i canadesi gettavano dai loro blindati. Mia madre si chinò e raccolse una caramella ed io, godendola, smisi di piangere. Solo dopo pochi anni seppi dare un nome a quella materia dolce elastica chiamata “chewing gum”.
Allora questa città che mi ha dato i natali era un piccolo scrigno con i valori saldi e la ricchezza della povertà, stornati in una guerra che riportò mio padre a casa da El Alamein con un ginocchio mezzo fracassato; la solidarietà era sincera, come spontaneo era il salutarsi stringendosi la mano, aiutarsi a vicenda senza nulla a pretendere.
Certo, sono ricordi di un tempo assai lontano che ha disperso e cambiato quello scrigno di cartapesta il cui valore era però immenso.
Nostalgia? No, solo rimpianto di una città che lentamente, ma inesorabilmente, ha cambiato pelle passando da un contesto di persone avvedute e gelose della propria identità a un terreno di rapina dei suoli, di ricchezze improvvisate in un clima di impunità e talvolta di paura che riporta alla mente “Le mani sulla città” di Francesco Rosi già da allora coscienza critica contro l’illegalità diffusa.
I miei genitori non ci sono più da molto tempo e per quanto mi riguarda non so quanto Dio mi lascerà ancora vivere. Eppure ora sento che la mia resistenza è messa a dura prova dall’impudicizia di chi offende i principi etici, da chi “si intitola” di essere classe dirigente e invece marcia all’insegna di un opportunismo spietato, da chi balbetta e si crede Socrate, da chi ostenta la ricchezza umiliando l’onestà e di chi, pur ritenendo che occorrerebbe fare qualcosa per salvare la foresta dalla devastazione, gira lo sguardo dove il vuoto è la sua difesa personale.
Anche le agenzie sociali, scuola, famiglia, chiesa, forze politiche e sindacali hanno gettato la spugna consegnando indifferenza e tradendo quel bene comune da pochi invocato al posto di un individualismo sfrenato. Si dice, e consentitemi l’espressione, che il pesce quando non è commestibile bisogna osservarlo dalla testa: puzza. Così è a mio avviso se vi pare.
Che cosa avrebbe detto mia nonna Annarella – che ogni mattina alle cinque tirava fuori la sua “carrettella” per recarsi a viale dei platani dove vendere un po’ di verdura per sfamare i suoi dieci figli – se fosse vissuta in questi tempi? Sono convinto che dal dolore sarebbe diventata muta e cieca.
Quando, dopo essere stato inviato speciale di una grande testata meridionale, girando mezzo mondo, sono tornato nella mia città recuperando il valore e la testimonianza del grande meridionalista Guido Dorso che oltre cento anni fa mandava nelle edicole, insieme agli editori fratelli Pergola, il Corriere dell’Irpinia, pensavo di fronte allo scempio di una città violata dal cemento, e non solo, che il mio contributo per la legalità e la difesa degli onesti potesse essere utile e l’ho messo in campo nel solo modo che conosco: dialogare con i lettori per sollecitare la loro coscienza e indurli a una ribellione morale così da restituire dignità alla nostra Irpinia, alla mia Avellino.
Ci ho provato in tutti i modi, denunciando predatori e ricchezze improvvise, casi di immoralità e collegamenti mafiosi e camorristici. Fatta eccezione per qualche rappresentante delle Istituzioni, gli altri mi hanno isolato, usando tutti i modi per farmi tacere.Cari lettori, la delusione che provo è sempre maggiore ma continuo a resistere fin quando la forza me lo consente. In nome e per conto degli irpini e della mia città che amo



