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Il poco edificante scenario, culturale e politico, che la partitocrazia italiana manifesta, da tangentopoli ad oggi, ci fa avvertire il bisogno di condividere con gli amici lettori del nostro quotidiano, qualche breve riflessione sulle ragioni di una crisi, forse irreversibile, del modello politico. Soprattutto è opportuno porsi la domanda su cosa resta del partito politico. In particolare, sarà utile discernere, con pacata ed acuta analisi storica, sul quadro della stagione costituente e sul suo “la – borioso mondo dei partiti”, come felicemente lo ha delineato Gabriele De Rosa. Mondo laborioso capace di elaborare una visione di insieme sulle vecchie e nuove questioni sociali ed economiche di una comunità nazionale che, pur nel fecondo pluralismo delle opzioni ideologiche, ha evidenziato una capacità di teorizzazione di un contributo di pensiero e di azione politica ancora oggi ammirevoli. Capacità “alta” che ha consentito la ricostruzione postbellica della nostra Italia con il varo di una Costituzione che ha fatto tesoro della crisi dello Stato liberale proiettando l’Italia stessa al passo con il positivo sviluppo dello spazio costituzionale europeo ed occidentale. Attualmente registriamo una sempre più crescente avversione dei cittadini nei confronti dei partiti politici con l’aggravante constatazione della incapacità degli stessi a rinnovarsi lungo un percorso di rigenerazione e di evidente credibilità. A ciò si aggiungano le annose difficoltà per l’elaborazione di una legge elettorale che sancisca la centralità del consenso sulla piena e libera possibilità dei cittadini nello scegliere i loro migliori rappresentanti. Il giudizio critico sulla partitocrazia italiana annovera non pochi pensatori che hanno denunciato la negatività del ruolo politico dei partiti, a cominciare da Antonio Rosmini che li definisce “il verme che corrode la società, il male che confonde la previsione dei filosofi e rende vane le più belle teorie”. Adriano Olivetti, un secolo dopo, sottolineava che “il popolo non è organizzato, perciò l’espressione della sua volontà è una mistificazione, perché i suoi organizzatori, i suoi mediatori – i partiti – hanno perso il contatto con il popolo”. Significativa per la battaglia contro la partitocrazia di Luigi Sturzo, dopo gli anni dell’esilio, è la denunzia del clientelismo e della corruzione che ha contrassegnato la marcata critica per tutta la metà del novecento, pur riconoscendo il ruolo cruciale dei partiti nella stabilizzazione dei precetti democratici, intuizione già presente nel pensiero dei nostri padri costituenti che, con l’articolo 49 della Costituzione, hanno sancito l’importanza dei partiti, come i pilastri della democrazia. Cosa fare allora per attuare, attraverso i partiti, la previsione costituzionale? Su questo fronte, con coraggio e modestia, dobbiamo rilanciare gli sforzi, anche attraverso le pagine del nostro quotidiano, per un vasto ed organico piano di formazione all’impegno sociale e politico, promosso ed appoggiato dai partiti, per una partecipazione attiva e responsabile delle nuove generazioni. È uno sforzo questo che deve coinvolgere tutti i segmenti vitali del tessuto civile e democratico della nostra comunità.

di Gerardo Salvatore

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