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Democrazia, il sacrificio di Mattarella

C’è una distanza abissale tra le piccole polemiche quotidiane e il ricordo dell’uomo politico Piersanti Mattarella ucciso quarant’anni fa. Allievo politico di Aldo Moro, Piersanti Mattarella appartiene a quella schiera di cattolici democratici come Vittorio Bachelet e Roberto Ruffili scomparsi in modo tragico. Tutte personalità unite dalla stessa passione civile, dal dovere dell’impegno e della solidarietà. Uniti nella ricerca del dialogo in politica e non nello scontro utile solo a piccoli e fugaci consensi elettorali. Una vocazione all’intesa che derivava dai loro “padri” politici Sturzo, De Gasperi e soprattutto Moro. Piersanti Mattarella sperimenta in Sicilia quella formula politica della solidarietà nazionale e dell’apertura al partito comunista che a livello nazionale aveva sperimentato proprio Moro. La nostra terra cioè la Sicilia – diceva Piersanti – deve mostrarsi con le carte in regola e dunque deve essere pronta a spezzare l’intreccio tra politica, mafia ed affari. Una politica alta come ha ricordato il Capo dello Stato Sergio Mattarella che ricordando le parole di Moro ha detto “anche se talvolta profondamente divisi, sappiamo di avere in comune, ciascuno per la propria strada, la possibilità e il dovere di andare più lontano e più in alto. Non è importante che pensiamo le stesse cose.  Invece è di straordinaria importanza la comune accettazione di essenziali ragioni di libertà, di rispetto e di dialogo”. Un duro richiamo a maggioranza e opposizione impegnate a piantare bandierine e sollevare problemi da agitare poi sui social. Un Paese sempre alle prese con i problemi della governabilità e del trasformismo parlamentare. L’aula della Camera è come la “donna di Verdi” è mobile. Dalle elezioni di marzo 2018 hanno abbandonato il Movimento Cinque Stelle 17 parlamentari e il PD dopo la scissione renziana ha perso 17 senatori e 29 deputati. Cambi di casacca anche per altri partiti come Forza Italia che ha visto il passaggio di una mezza dozzina di eletti al gruppo Misto. E altra costante di una politica che non riesce ad avere orizzonti e progetti è l’ennesima e stucchevole discussione per una nuova legge elettorale. Ogni legislatura è contrassegnata da una riforma del sistema e così il Rosatellum con cui si è votato la scorsa volta è ora accantonato in favore di un’altra legge. Molte idee e tanta confusione. Si lavora su riforme che non devono avere un lungo respiro ma devono assicurare piccole rendite di posizione. E proprio per queste ragioni ad ogni legislatura corrisponde un cambio di sistema. E mentre si discute di nuove regole del gioco elettorale il nostro debito pubblico è a un passo dal record storico dei 2.500 miliardi e la pressione fiscale è in rialzo mentre tutti i partiti parlano di abbassamento delle tasse. In questa Italia malata di presentismo e dove la parola futuro è assente nel vocabolario della politica il nostro Capo dello Stato – come ha scritto Attilio Bolzoni – a distanza di quarant’anni non sa ancora chi ha ucciso il fratello. Non conosce nemmeno il nome del sicario che la mattina del 6 gennaio 1980 sparò per sei volte e poi sparì per sempre. Un’Epifania palermitana con la strategia della tensione che si stava spostando da Nord a Sud, prima le bombe nelle piazze e sui treni e poi i delitti eccellenti preventivi e dimostrativi insieme, magistrati, politici, giornalisti, poliziotti e carabinieri. Il mattatoio Palermo in fondo ad un’Italia che aveva paura di cambiare. La parola cambiare evocata da Bolzoni è quella che ha ispirato la vita di Piersanti Mattarella che aveva una convinzione “il cammino della società impone che la democrazia si difenda con l’esercizio concreto della democrazia stessa, alla quale tutti devono avvertire il dovere di partecipare con continuità e con passione”.

di Andrea Covotta

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