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I cinque sì di Melillo e Matarazzo. Quattro per la dignità, uno per l’umanità

Di Franco Festa.
“Accompagnami” dice il vecchio Mario Melillo. Gabriele Matarazzo lo guarda frastornato.
“Ma che dici? Ma non puoi!” prova a dire.
“Accompagnami, e taci” risponde il vecchio.
Il vecchio si solleva, il giovane lo regge. Escono dal portone, scendono piano piano i gradini della salita dell’Orologio. Non c’è nessuno per la stradina che sale al Duomo, come sempre. Chiusi quasi tutti i bassi sulla via, a destra e a sinistra.
“Aspetta, andiamo almeno in auto” prova a dire Gabriele sotto voce.
“Sono pochi passi, ce la faccio” gli intima Mario. Ora si muove piano, ma più sicuro. Si appoggia al braccio del giovane amico, passano davanti alla Dogana, risalgono lenti per lo Stretto. Li accoglie la luce della piazza, nessuno nota quella strana coppia. La attraversano tutta, a un punto Melillo gli fa cenno di fermarsi. Siedono silenziosi, tra bambini che giocano e coppie che scivolano al sole.
“Ci siamo, ormai”, dice Gabriele. Mario non parla, ma fa cenno di sì, una luce nuova e antica attraversa il suo viso ancora bello.
Li accoglie l’ombra del portone del Palazzotto. Davanti al loro seggio c’è una piccola fila. Un giovane lo riconosce, commosso lo fa passare, sussurra all’amico: “E’ Melillo, Melillo, il nostro vecchio commissario”. Mario ascolta quel “nostro” e un sorriso fuggitivo attraversa il suo viso. Entra, prende le schede, si muove verso la cabina. Esce presto, le schede ripiegate per bene. Anche Matarazzo ha votato.
Il vecchio deposita con sicurezza le schede nelle varie urne, riprende i suoi documenti, saluta lo scrutatore che lo ha osservato dall’inizio meravigliato e incuriosito.
Mentre esce, fa un cenno con la mano appena tremante al ragazzo ancora in fila.
Tornano lenti, verso il centro storico. Si fermano al bar di fronte alla Dogana.
“Prendi almeno una bibita fresca” gli suggerisce Gabriele. Mario cede, entra, si siede al tavolo, con i suoi occhi semichiusi esplora la sua amata Dogana, che forse ritornerà a vivere. Non parla.
E’ Gabriele che ci prova.
“Io lo so come hai votato. Come me. Cinque sì. Quattro sì per la dignità del lavoro, un sì per la nostra umanità”.
Mario non risponde, continua a guardare fuori. Poi si gira, lo guarda, con i suoi occhi severi e dolcissimi.
“Ho fatto solo la metà del mio dovere. E ora, riportami a casa”.

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