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La sceneggiata è finita. Cala il sipario sul teatrino del governo gialloverde. Una coalizione innaturale per gli interessi diversi che i due partner, Matteo Salvini e Luigi Di Maio, hanno rappresentato. Il solo cemento che li ha uniti, come i fatti hanno dimostrato, è stata la gestione del potere. Per questo hanno retto fin quando hanno potuto e fino a quando è andato in onda lo “spoil sistem”, devastatore del vecchio potere. La crisi ha più facce: la difesa degli interessi delle regioni del nord; l’incalzare delle cifre dei sondaggi a favore della Lega che ha sollecitato la scelta solista e opportunistica di Matteo Salvini; la frammentazione del M5s che non è stato in grado di riportare il confronto sui temi per i quali il movimento era nato e cresciuto: la questione morale; il debole atteggiamento nei confronti della politica europea che sul problema dei migranti ha concesso grande spazio a quegli italiani con i quali Salvini è riuscito a condividere atteggiamenti di razzismo. Questi, a me sembra, sono stati i motivi che hanno determinato la crisi di governo, che ha visto, tra gli altri, un premier galantuomo, ma troppo debole nei confronti dei suoi vice, ai quali del resto doveva l’essere stato indicato della guida del governo. Certo, altre sono le riflessioni che si potrebbero aggiungere e che avranno una forte rilevanza sul futuro politico del Paese. Non v’è dubbio che un ruolo determinante lo ha avuto il contrasto nord-sud con le pretese dei governatori di Lombardia, Fontana, e del Veneto, Zaia e, molto meno, dell’Emilia Romagna Bonaccini, di approvare il provvedimento dell’autonomia a scatola chiusa. Su questo terreno è maturato il Grande Inganno da parte delle regioni forti rispetto alle debolezze politiche delle classi dirigenti meridionali. In realtà, sul caso autonomia differenziata, l’atteggiamento del M5s è stato ondivago, assumendo, solo con grande ritardo, un comportamento più rigoroso in difesa del Mezzogiorno. Prima, però, Di Maio aveva barattato l’autonomia differenziata con il sì leghista alla concessione del reddito di cittadinanza.
Cosa che ha ulteriormente armato il Nord con le denunce di spreco delle risorse pubbliche. Quando nel Mezzogiorno è nato poi un movimento di difesa contro la secessione dei ricchi, supportato da cifre e che hanno dimostrato lo scippo ai danni del Sud, (e il nostro giornale è stato in prima fila in questa battaglia) allora è maturata l’idea dei governatori del nord di accelerare l’approvazione del provvedimento, anche a costo della crisi. E’ indubbio, allora, che se Matteo Salvini dovesse vincere le elezioni la penalizzazione del Sud sarebbe inevitabile, e il Grande Inganno si evidenzierebbe in tutta la sua dimensione. Sulla crisi pesa anche il problema della realizzazione del Tav. Sia chiaro, anche in questo caso l’attenzione politica è tutta rivolta agli interessi del nord, come dimostra la vicenda della Torino-Lione. L’ipotesi per la quale la grande opera risulterebbe utile anche al Mezzogiorno è solo una grande bugia, visto che qui i treni esistenti e le reti ferroviarie sono ancora inadeguate e insufficienti, nonostante le promesse fatte dal governo che tramonta. Lo sa bene chi in questi giorni di trasferimenti vacanzieri impiega quasi un giorno intero per recarsi dal centro Italia nelle località balneari della Calabria e della Sicilia. Ora ci si interroga sul futuro, oltre la stessa data del voto. L’occasione da non perdere ora è la difesa del Mezzogiorno, per evitare che lo scippo possa continuare. L’auspicio è che il voto meridionale diventi espressione di un nuovo impegno della classe dirigente del sud per troppo tempo assente nelle sedi della decisione.

di Gianni Festa

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