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Il Sud e l’inerzia della classe dirigente

Il Sud rischia di perdere sempre, perché è più debole nella crisi. E questa crisi sociale ed economica, resa ancora più virulenta dall’emergenza pandemica, si prospetta come un tunnel senza fine. Il Meridione appare come il grande malato d’Europa, facendo segnare sul termometro della crisi i sintomi di un malessere grave, che vanno sotto il nome di disoccupazione, impoverimento, precarietà del lavoro, incertezza del futuro. In molti sembrano concordare sulla tesi diffusa che far crescere il Sud significa far crescere l’Italia, l’intera Europa. Risolvere i problemi del Mezzogiorno è risolvere i problemi del Paese Italia. Però, come non da annotare nel taccuino di questa crisi, di questo delicato passaggio epocale, che il Mezzogiorno è ancora assente dalle priorità dell’agenda politica del governo e del Paese. Si aggiunga, a tutto questo, la sciagurata impostazione che si è fatta largo e si è imposta nel tempo, con l’assenso della classe dirigente meridionale, basata sull’idea che la “questione meridionale” fosse superata e la soglia della modernità stabilmente coniugata con le specificità tradizionali del Mezzogiorno. Il Mezzogiorno, da tempo, si sta trascinando stancamente alla ricerca di una nuova rappresentazione e di una nuova rappresentanza. Il divario tra Nord e Sud è anche e soprattutto questione di classi dirigenti, se ne sono accorte le più accreditate think tank e le stesse istituzioni politiche europee, e così che il futuro del Mezzogiorno, fiacco e stanco dei suoi “mali”, con la classe politica che si è ritrovata, “si è fatto lento”. L’inerzia, che ha caratterizzato e segna il passo claudicante e incerto di quella che è l’attuale classe dirigente meridionale, si è rivelata letale per territori che scontano gravi ritardi, pesando come un macigno, con il tempo che passa e i problemi che restano. Qualcuno ha definito tutto questo come “lentezza mortifera”. Il problema è e resta la formazione, l’ascesa di una nuova classe dirigente meridionale, giovane, capace, connessa ai problemi dei territori. L’anello debole del Sud è proprio questa classe dirigente, che non è capace, o se è capace, non agisce. Chi al Sud riveste un ruolo egemone è contrario al cambiamento, e questo chiude il Mezzogiorno nella trappola del sottosviluppo. Il Meridione è certamente un’area vasta che rappresenta un terzo dell’Italia e, all’interno dell’Europa, è il cuore ancora pulsante, e sofferente, dell’Europa mediterranea. C’è un bisogno estremo di una nuova e preparata classe dirigente che deve rilanciare il Sud in Europa, facendolo uscire dal cono d’ombra della storia in cui è stato sospinto. Ma una classe dirigente non la si costruisce dalla mattina alla sera. nemmeno a compiere un giro d’orizzonte completo. Ma è questo il momento nel quale il Sud deve provare ad unire le proprie forze, a raccogliere tutte le proprie energie, per riunirsi attorno ad un progetto capace di esprimere nuove inedite forme di “meridionalismo” per ritornare a svolgere un ruolo attivo, di primo piano, in un Paese che senza il suo Mezzogiorno, sulla scena europea, appare tristemente destinato ad essere la terra del tramonto. Serve una stagione che porti con sé il coraggio di dare un volto nuovo ad un Meridione sfigurato dai segni di una crisi che rischiano di trasformarsi in stigma. Da un nuovo Meridione, rivoltato fino alle radici più profonde, può nascere una nuova stagione di rinascita. Un “Mezzogiorno solo”, che si vede cancellato dalla cartina politica di una geografia che deve necessariamente ritrovare le ragioni della propria storia, oggi, è il “solo” artefice del proprio destino. Il vecchio anemico ceto politico non può più trincerarsi dietro vetusti gattopardismi, non può più mascherarsi dietro la facciata rifatta del “nuovismo politico” a tutti i costi. Il cambiamento deve battere alle porte di un Mezzogiorno che, come l’araba fenice, puó soltanto rinascere dalle proprie ceneri. E, non di meno, il futuro di un Paese disunito sfilacciato fragile, qual è oggi l’Italia, passa attraverso la formula dell’unità nella diversità, tra l’altro il manifesto, per paradosso, di un’Unione Europea che non dovrà sprecare l’occasione storica di diventare Comunità di popoli e nazioni e non comunità di interessi particolari.

di Emilio De Lorenzo

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