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Io non lo avrei intervistato

 

Era di maggio. Nel 1982. Napoli e Palermo facevano a gara nella conta dei morti ammazzati. Sul selciato rimanevano anche cadaveri eccellenti di magistrati, poliziotti e uomini delle Istituzioni. Alloggiavo all’hotel Delle Palme di Palermo. Quello stesso che, le storie raccontano, fece da scenario alle vicende di Lucky Luciano. Accesi la radio per ascoltare le ultime notizie. Mi colpì molto il commento di un giudice palermitano, credo si trattasse di Falcone, che sottolineò come fosse delicato il problema dell’informazione rispetto alla mafia. A memoria ricordo che disse: quando la stampa parla del potere mafioso può rischiare di ingigantire proprio quel potere. E aggiunse: ai mafiosi piace essere raccontati come se fossero una leggenda. La sola cosa che non sopportavano, rivelò, è quando si parla dei loro affari. In poche parole quando si mettono le mani nelle loro tasche. A me capitò di essere intercettato, dopo un’intervista a Elda Pucci, sindaco di Palermo, che mi aveva confidato i tentativi di una grande speculazione dalle parti di Punta Raisi. E ne avevo scritto. Ma fui subito avvertito. Sarebbe stato meglio se avessi omesso i nomi degli squali del cemento. Di me sapevano tutto e, in modo abbastanza convincente, mi fecero intendere di lasciar perdere. Cosa che non feci. Anche se il giorno dopo la pubblicazione dell’articolo, il mio direttore, Roberto Ciuni, palermitano doc, mi obbligò a tornare a Napoli. Questa storia vissuta durante i quasi dieci anni che ho dedicato alla narrazione dei grandi omicidi di mafia, mi è tornata in mente a proposito del clamore suscitato dall’intervista rilasciata dal figlio del capo dei capi, Totò Riina, a Bruno Vespa, un giornalista a tutto tondo, anche se talvolta autore di qualche scivolata incomprensibile. Dico la mia. Io non avrei intervistato Salvo Riina. Non per paura di chi sa che cosa, ma solo per non diventare strumento di suggestione di un potere vergognoso e inumano che sa esprimersi solo attraverso la morte e la sopraffazione. Per carità, la professione a volte induce a inseguire qualche scoop, ma è proprio qui il limite. Bisogna saper distinguere tra la necessaria denuncia del malaffare e il racconto di come chi lo compie consolida il proprio potere. In sostanza non si può essere contro solo a metà. Bisogna fare scelte di campo e sostenere sempre e comunque il concetto di etica dell’informazione. D’altra parte non è sufficiente, come fa Vespa, rifarsi a esperienze precedenti. E’ vero che Enzo Biagi nel passato aveva intervistato Sindona, Liggio e Cutolo, ma il giudizio non cambia. Anzi proprio le critiche allora mosse avrebbero dovuto suggerire di essere più prudenti. Nella vicenda c’è un aspetto molto più inquietante. Elo rivela, forse inconsapevolmente, lo stesso conduttore televisivo allorché dice che l’intervista al figlio di Riina rientrava in un circuito mediatico di diffusione, organizzato dall’editore del libro a cui la trasmissione Porta a Porta faceva riferimento. Domanda: come si coniuga l’etica professionale con l’interesse della divulgazione di un saggio di parte? Né può essere credibile l’ipotesi in base alla quale, solo conoscendo la mafia attraverso il racconto di chi vi è dentro, si possono avere elementi per combatterla. Non è assolutamente così. Un giorno mi capitò di incontrare nel Tribunale di Palermo il generale dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa, allora prefetto di Palermo. Colsi l’occasione, facendomi spazio tra la scorta, per chiedergli: “Generale, come si sconfigge la mafia?” Lui, sornione, con un sorriso ammiccante dietro quei folti baffi, mi guardò con l’aria di chi aveva capito di avere a che fare con un giovane cronista. E rispose: “Si comincia dai banchi delle scuole”. Ed è proprio qui che per molto tempo la mafia e il suo potere sono stati ignorati, mentre da alcuni anni sono proprio le scuole ad essere diventate protagoniste della nascita di una nuova coscienza. Questi ragazzi non hanno bisogno di esempi negativi da emulare, ma sono essi stessi portatori di una nuova cultura antimafiosa. Ovviamente le responsabilità maggiori non sono solo di Bruno Vespa, che in fondo ha fatto il proprio mestiere compiendo una scelta, a mio avviso, discutibile. Sono soprattutto del servizio pubblico che, per essere tale, dovrebbe garantire modelli culturali di riferimento certi e alti. Se non è accaduto, e solo dopo il clamore si annunciano provvedimenti, ciò è dovuto al fatto che anche nel nuovo assetto gestionale della Rai è preponderante più la logica del potere lottizzatorio che una sana politica culturale per la formazione delle nuove generazioni. E proprio su questo, il caso Riina dovrebbe indurre ad una seria riflessione. Per quanto mi riguarda, io non avrei intervistato il figlio del super boss non per partito preso e per essere bastian contrario. Non lo avrei fatto perché ritengo che raccontando le gesta della mafia dal quel punto di vista endogeno, avrei, anche solo involontariamente, fatto un favore ai criminali. A chi vuole, parlando in termini ambigui se non propagandistici di quel mondo da condannare, rendere torbido e pesante il clima di questa nostra Italia. E la scelta non può che essere una sola: dalla parte della legalità, in difesa della democrazia, già scossa da tante inquetitudini, e contro la mafia e i suoi sporchi affari.

edito dal Quotidiano del Sud

di Gianni Festa

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