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La pandemia ci impone di non lasciare indietro nessuno

Di Matteo Galasso

Nelle ultime settimane ci è capitato di assistere a due fenomeni antitetici legati all’emergenza sanitaria che da più di un anno ha cambiato le nostre vite e ci fanno riflettere su quanto evidente sia il divario tra i paesi democratici e sviluppati e quelli in via di sviluppo, dove tutti i cittadini, esclusa una ristrettissima cerchia elitaria, vivono in condizioni di assoluta povertà. Tali condizioni si riflettono di fatto in ogni ambito, ma soprattutto in quello sanitario, da cui emerge la più grande debolezza strutturale che può affliggere un Paese: l’impossibilità di curare un suo cittadino o per mancanza di personale o per carenze infrastrutturali.

Ad oggi, il “modello” adottato dal Regno Unito per la gestione della campagna vaccinale anti Covid-19, così come quello di Israele, viene considerato come quello che i leader di ogni paese avrebbero voluto attuare. Le condizioni economiche di uno dei più ricchi paesi dell’occidente hanno permesso al governo Britannico di decidere un lockdown totale, durato in diverse realtà anche per più di due mesi. Ciò ha permesso di traghettare l’intera nazione – che a gennaio vedeva le proprie strutture ospedaliere vicine al collasso – in una fase in cui si è visto il tasso di positività quasi azzerato. Infatti, dai quasi 70.000 nuovi positivi registrati il 15 gennaio, oggi il Regno Unito conta meno di 3000 nuovi positivi al giorno. Il lockdown è stato implementato da una campagna vaccinale tanto ben riuscita da vedere più di 40 milioni di cittadini ricevere almeno una dose dei vaccini attualmente in uso. Abbiamo assistito di fatto alla graduale rimozione di tutti i limiti sociali e di contenimento fino ad ora in vigore, non più necessari visto che l’epidemia è definitivamente sotto controllo e l’economia può riprendere il suo corso.

Dall’altra parte, invece, prima in Brasile e poi più drammaticamente in India, stiamo assistendo al collasso di un intero sistema sociale ed economico, oltre che sanitario. Infatti, queste due grandi nazioni hanno visto la propria popolazione piegata da varianti del ceppo originale del Coronavirus Sars-Cov-2, che hanno reso il patogeno più infettivo e aggressivo. La diffusione di queste varianti è stata ovviamente facilitata dalle condizioni igienico-sanitarie dei due Paesi. A detta di molti epidemiologi e virologi sarebbero diverse le nuove varianti del coronavirus che si presentano ogni giorno, in quanto è proprio di un agente patogeno variare la propria forma. La maggior parte di queste varianti fortunatamente rimangono rare, perché limitate a una stretta cerchia di casi, ma alcune invece sono diventate prevalenti addirittura rispetto al ceppo originario.

La caratteristica delle varianti che si sono diffuse ad oggi su larga scala (inglese, sudafricana, brasiliana, indiana) sta nel fatto che la loro diffusione sia stata favorita da condizioni igieniche non sufficienti a garantire delle barriere tali da arrestarne almeno parzialmente la diffusione, contagiando così diverse fasce della popolazione. Di conseguenza, con l’aumento dei contagi, la fragilità di un sistema sanitario non avanzato né organizzato per far fronte a una tale emergenza, la vita sociale di questi grandi paesi finirà per collassare in pochi giorni. Chiaramente, possiamo associare le condizioni di povertà di uno Stato all’organizzazione del proprio sistema sanitario e per tanto i paesi più poveri hanno decisamente più difficoltà a contenere l’epidemia, ma anche a curare chi si ammala.

Tutti avranno seguito con apprensione gli sviluppi dell’emergenza sanitaria soprattutto in Brasile, dove a causa della diffusione della variante Brasiliana del virus di Wuhan, si è assistito a un decisivo aumento di positivi e di morti. Abbiamo visto centinaia di persone accalcate negli ospedali a causa dell’esaurimento dei posti letto disponibili, alcune addirittura morire addirittura durante l’attesa di ricevere un posto letto. Decisiva la presa di posizione del Presidente Jair Bolsonaro, che non ha risposto all’aumento improvviso dei contagi con un immediato lockdown, ritenendolo addirittura dannoso. A sostegno della sua posizione proprio l’impatto economico che una ulteriore chiusura avrebbe potuto avere su un Paese già in grave difficoltà, dimenticando però che la tutela della salute dei cittadini sarebbe stata gravemente compromessa. Il piano vaccinale si è rivelato finora totalmente fallimentare, avendo raggiunto a fine aprile le appena 30 milioni di prime dosi somministrate su più di 200 milioni di abitanti (pari al 20%).

Se le notizie che ci giungevano ogni giorno dal Brasile risultavano alquanto drammatiche, ancor più terribile si è rivelata la situazione in India, dove in soli tre giorni sono stati registrati più di un milione di nuovi positivi. Il collasso degli ospedali non consente qui ai pazienti con difficoltà respiratorie di ricevere un aiuto concreto per superare la fase acuta della malattia: a molti vengono consegnate bombole di ossigeno, che non sembrano però migliorare la situazione. Anche qui un lockdown generalizzato forse sarebbe stato difficile da gestire e far rispettare e le condizioni igieniche sono sicuramente peggiori rispetto a quelle dello stesso Brasile. Inoltre, la soglia delle persone che hanno ricevuto almeno una dose di vaccino non va oltre il 10% della popolazione totale (contro il 60% del Regno Unito). Insomma, mentre in Italia e nell’Occidente la situazione sembra essere migliorata, non si può dire altrettanto degli altri paesi in via di sviluppo, dove è decisamente fuori controllo.

Ciò che preoccupa è che al picco in India, come a quello brasiliano, potrebbero seguire altri aumenti dovuti a nuove varianti in altri paesi non industrializzati, come in numerose realtà dell’America Latina e dell’Africa, dove con le scarse condizioni igieniche un nuovo ceppo del virus potrebbe avanzare facilmente. La diffusione della variante indiana si sta rilevando anche in Occidente, come quella brasiliana, che conta già migliaia di contagi nel nostro Paese. Questo a riprova del fatto che se i paesi più poveri vengono lasciati indietro trascineranno dopo non molto anche quelli che hanno gli strumenti economici e sanitari per superare una fase più critica della diffusione dei contagi. Ed è per questo che chi ha di più, al solito, dovrebbe aiutare significativamente chi ha di meno, perché siamo tutti coinvolti nonostante quelle che non si sono con il virus mostrate distanze rilevanti. I vaccini andrebbero perciò distribuiti in modo proporzionale, prima che rischino addirittura di perdere la propria efficacia contro nuove varianti, perché ciò che sta accadendo in India e Brasile avrà e sta avendo ripercussioni sul resto del mondo, colpendo e piegando anche i paesi più sviluppati. Se il mondo non combatte il virus senza lasciare indietro i paesi più deboli, non verremo mai più fuori da questa pandemia.

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