Prendo atto, ma non plaudo. I provvedimenti emessi dal governo Meloni per la sicurezza, dopo le violenze inaccettabili a Milano e altrove, puntano essenzialmente su repressione e pene, strumenti assunti con notevoli ritardi e solo perché rappresentano il punto più alto della insoddisfazione sociale. Mi preoccupa pure che l’azione del governo tende a garantire soprattutto una risposta politica in quella Milano, “capitale” della Lombardia, nella quale ci si approssima al voto amministrativo (si va alle urne nel prossimo turno elettorale); l’obiettivo reale appare così dare una spallata alle forze progressiste che hanno governato quel territorio anche in tempi recenti. Lo testimonia la scarsissima e imperdonabile attenzione che è stata riservata alla crisi meridionale nella quale la violenza ha fatto registrare un clima di giustificata protesta. Non sono io a scoprire che il Mezzogiorno con questo esecutivo è cambiato solo a parole: la realtà è invece che qui aumentano la povertà e il precariato.
Sia chiaro, ogni atto di violenza deve essere condannato senza se e senza ma, assolutamente esso deve trovare risposte che hanno a che fare con la democrazia e la partecipazione.
Spesso, e faccio ricorso alla medicina, l’insorgenza di un cancro si coniuga con la mancata prevenzione che se attuata limita notevolmente il rischio. Una domanda: il governo in questa grave situazione quali iniziative ha messo in campo, oltre agli annunci quotidiani della televisione a trazione meloniana, per affrontare la crisi morale e materiale che sta trascinando il paese verso un degrado insopportabile?
Non è solo il governo con la sua maggioranza ad avere una enorme responsabilità sull’esasperazione dei cittadini, anche la sinistra con la sua politica di scontro interno ed esterno, avvitata, nella scelta di una leadership in eterna contesa, ha grandi responsabilità avendo dimenticato l’insegnamento del controllo democratico testimoniato dalla gestione politica che va da Pajetta a Ingrao fino a Enrico Berlinguer con il suo avvertimento, purtroppo inascoltato, che ritroviamo in più corrispondenze con monsignor Luigi Bettazzi, vescovo di Ivrea, sui pericoli per la democrazia italiana. Il governo agisce, l’opposizione è senza pensiero, recitando il ruolo delle oche capitoline.
Dove sono state archiviate le proposte di quella Sinistra che si metteva a capo delle lotte contadine, del rifiuto del caporalato o del precariato che svolge il mortificante ruolo di generare lo spopolamento dei giovani dalle zone fragili? E ancora quel rigorismo intellettuale che aveva una funzione di coscienza critica, quella stessa che aveva reso libero questo nostro Paese educandolo a sostanziare la democrazia che oggi, invece, denuncia la sua la sua impotenza? Quel sudore che profumava di dignità si è trasformato nel tempo nell’olezzo asfissiante dei salotti di un fastidioso perbenismo.
E’ anche per questo, o forse soprattutto per questo, che una destra capeggiata da una coraggiosa, ma pericolosa Meloni, ammonisce e distribuisce patenti ad un centrosinistra che ancora non riesce a definire la propria identità dopo una fusione nata da un’emergenza elettorale. Da questa confusione e dal non aver agito per tempo nasce il conflitto sociale provocato da una politica superficiale, edonistica, emergenziale, sollecitata da un’assenza di valori, con il grave errore di modificarla con un modernismo di facciata che punta sull’apparente benessere come risposta alla insoddisfazione.
Tutta responsabilità della politica? In parte è così. Sarebbe un grave errore però non indagare sulle responsabilità delle altre agenzie sociali, la famiglia, la scuola, la chiesa e perché no, il sindacato oscillante tra la funzione di agenzia per le assunzioni di lavoro e, molto più spesso di organismo protesta inconcludente per l’assenza di alternative.
Un dato è certo: si vive in un presente senza passato. Neanche si era conclusa l’enorme fatica della Ricostruzione del Paese, ridotto in macerie per effetto della seconda guerra mondiale, e già si entrava nel miracolo economico che offriva modelli di minore privazione rispetto al passato.
Chi aveva vissuto quella tragedia, quasi per vendicarsi del malessere subito, si spingeva a dare esempi di spettacolare benessere. L’economia anzitutto. I figli della generazione del sacrificio potevano permettersi soddisfazioni incredibili. E gli stessi parenti si mostravano felici di dare ciò che a loro era mancato. Questa trasformazione, non controllata, alimentava una società dove il limite tra il dovere e i diritti regolava i comportamenti. La famiglia anche per effetto di un illusorio benessere si esibiva senza dedicarsi alla formazione educativa. Si dissolveva nel benessere di un’attualità senza valori che risentiva di un passato quasi mai narrato. L’economia ubriaca produceva il resto: il cellulare senza regole, i social riempiti di fake news, la solitudine nell’ora di pranzo, un tempo occasione di dialogo, oggi affidata ad un “oggetto” che propone modelli diseducativi. Si tratta di tutti temi indagati da sociologi, psichiatri, studiosi dei comportamenti sociali senza che le agenzie sociali, una famiglia in crisi, una scuola frettolosa vissuta quasi come fastidio e una chiesa spesso arretrata rispetto alla evoluzione della fede potessero adeguarsi ai tempi nuovi che man mano si presentavano. Qui torna il ruolo della politica e della sua latitanza.
La sua evoluzione è un’involuzione in sudditanza e l’etica è calpestata. In modo errato i partiti hanno messo da parte quell’umanesimo formativo che pone al centro la costruzione culturale e morale dei soggetti, il comune senso del dovere, il limite rispetto all’oltre che oggi si registra. Ed è ancora l’economia a creare lo scontento che genera lo scontro sociale. I ritardi nella predisposizione di energie alternative sottomette all’arroganza del costo del petrolio che agisce come un cane che si morde la coda: i banchi dei supermercati che si svuotano, le famiglie che non riescono a soddisfare i bisogni primari, la terra che si ribella per non poter continuare ad offrire i prodotti alimentari, ecc.
Questo scontro sociale che è dovuto ad una emergenza economica, seppure si risolvesse con la frettolosità di decreti momentanei, nasconde i motivi veri di una politica faziosa che avendo l’opportunità di prevenire lo scontento sociale si nutre invece della pochezza dello scontro che diventa il pulpito delle accuse vicendevoli e inconcludenti.
E torniamo al clima nebuloso che si respira oggi nel Paese e alla risposta esclusivamente repressiva che il governo ha deciso di mettere in atto. Come ho scritto in apertura di questo editoriale, la violenza, in qualsiasi modo essa si manifesti, va condannata assolutamente. Ma vanno sradicate le cause prima di ogni cosa con una educazione preventiva e creando condizioni sociali dignitose. Attenzione, però. Passo dopo passo, confondendo i cosiddetti “successi”, se davvero ci sono, del governo Meloni si potrebbe scivolare nella privazione di valori fondanti della nostra amata Costituzione: diritti, libertà e democrazia.
Ci si potrebbe ritrovare nella condizione che qualche tempo fa il popolo della destra invocava con l’avvento dell’uomo forte.

