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Le bombe sulla città, 4 metri sotto terra

Verso le ore 11 ci siamo trovati sotto raffiche di bombe. Abitavamo al corso Vittorio Emanuele (palazzo Tulimiero). Eravamo io, di sette anni, la mamma, mio fratello di sei anni, mia sorella di quattro anni ed una zia, nostra ospite. Non era presente mio padre, funzionario presso l’Intendenza di finanza di Avellino. Noi, spaventati, ci rifugiammo sotto un grande quadro della Madonna di Pompei, dono del Beato Bartolo Longo, che custodiamo ancora gelosamente, aspettando, con trepidazione, l’arrivo del babbo. Solo dopo alcune ore, tra raffiche continue di proiettili e di bombe, un po’ di tregua permise al mio caro genitore di rientrare. Apprendemmo che era rimasto bloccato nella sede di lavoro, sui gradini di una scala pericolante. Egli trovò la famiglia in preghiera; noi, piccini, invocavamo, insieme con la mamma, l’aiuto della Vergine celeste! Durante una tregua successiva, ci vestirono in fretta, con la convinzione di ritornare per la sera e ci incamminammo verso la campagna. Giungemmo alla casa colonica dei signori Barra, che divenne il nostro rifugio. Lì siamo stati in un cellaio quattro metri sotto terra, per 20 giorni, a dormire su mucchi di patate che, poi, bollite, senza alcun condimento, divennero il nostro esclusivo alimento! In questo ambiente, ci trovammo a contatto con gente moribonda, mutilata, priva di ogni soccorso, sia tra persone di rango come un colonello con la famiglia, sia tra gente di più umili origini. Eravamo tutti uniti nella disgrazia! Sebbene allora fossi in tenera età, ricordo ancora un episodio di una giovane donna, priva di una gamba, che si disperava, assistita amorevolmente da mia madre durante una tristissima agonia. E’forte l’immagine del suo cadavere, rimasto a lungo nel ricovero senza sepoltura! Eravamo privi di tutto, con servizi igienici di fortuna: qualche telo sdrucito fungeva da paravento! Lo squallore era avvilente, la fame diventava il malanno generale. Non posso dimenticare di aver sofferto il freddo, di scacciare topi ed insetti vari che tormentavano tutti. Dopo tanti stenti e privazioni, finalmente, con lo sbarco degli Americani a Salerno, riuscimmo a tornare a casa, tra macerie di una città irriconoscibile. Qui trovammo, oltre ai gravi danni causati dal bombardamento, un saccheggio completo, opera di sciacalli, mobili spaccati con un piccone tedesco, che fu poi successivamente ritrovato, abbandonato dai predatori, in un appartamento del nostro palazzo; ci restavano, come vestiario, soltanto gli abiti che indossavamo il primo giorno del disastro! A tutto ciò si aggiunse che trovammo nelle carbonelle che servivano per scaldarci, ben 14 proiettili di una pistola doppia Mauser tedesca che scoppiarono in alto, non appena la mamma cercò di accenderle. Fu davvero un miracolo che ella si salvò! Rimase indenne solamente il pianoforte, un Klingmann della mamma pianista, che fu risparmiato forse perché di fattura tedesca, insieme con uno spartito di Beethoven, preservato dagli invasori, probabili intenditori di musica. Rinvenimmo anche dei moccoli di candela e bottiglie di liquore, a fondo svuotate e sprezzantemente lasciate  qua e là! Il triste evento, di cui è stata costante, nel tempo, la rievocazione è un ricordo che sento il dovere, ormai a 78 anni di distanza, di trasmettere alle giovani generazioni in questi giorni in cui le operazioni di disinnesco dell’ordigno bellico del Fenestrelle ci riportano a quei giorni…

Prof.ssa Lucia Sena in Caruso

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