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Di Paolo Saggesse

In un’epoca in cui il mondo si è caratterizzato sempre di più da una consistente globalizzazione, che ha eliminato significato ai confini nazionali e persino continentali, avviene il fenomeno opposto, consistente nella ricerca di un’identità territoriale, che sappia aiutarci a riconoscere noi stessi, a rispondere alla domanda eterna e sempre attuale: “Chi sono? Chi siamo? Chi voglio essere? Chi vogliamo essere?” A volte, a questa domanda si tende a dare una risposta personale, o tacita, silente, o attraverso un libro di narrativa, una indagine sociologica, una raccolta di versi o di canzoni o di dipinti. Non condivido queste scelte individualistiche, perché raccontare l’Irpinia attraverso il “sé” rappresenta una risposta troppo individuale, per chiunque voglia azzardare una risposta. Più giusta è una risposta collettiva, che molti hanno tentato di dare. Tra poco arriviamo al punto. Ma partiamo dall’Irpinia. Indubbiamente, per chi raggiunga la nostra terra, da Sud, o da Ovest o da Nord-est, non potrà che essere colpito da una vegetazione ancora lussureggiante, di un verde intenso come le acque dell’Ofanto, che non a caso incantò Mario Soldati nel suo “Fuga dall’Italia”. L’Irpinia è la terra dell’acqua, se uno, ad esempio, affronta le curve che la immettono dalla siccitosa Puglia fino a Candela, Monteverde, Aquilonia, Calitri. Costeggia il fiume Ofanto, che con il suo quieto serpente conserva ancora la nobiltà della sua natura antica. D’estate, le mandrie di vacche transumanti si fermano a stazionare lungo le rive d’acqua placide, che rinfrescano e dissetano. In queste valli, in cui un tempo imperversavano indisturbati i briganti, o Giustino Fortunato sperava nella vittoria della civiltà, ancora si respira un fascino antico, di una terra ormai scomparsa in tanti luoghi e qui ancora viva. A lato, sulla sinistra, si può scorgere il Vulture con i suoi laghi, immaginare l’infanzia di Orazio a Venosa. Poi si arriva alla diga di Conza, e la natura diventa meno selvaggia, ci avviciniamo al pianoro di Lioni e Nusco. Superiamo la valle dell’Ofanto, e ci accoglie quella del Calore, con i suoi monti imponenti e l’alto – piano di Volturara. In Irpinia domina la natura, così come domina sull’altopiano del Formicoso, che accoglie ancora i viaggiatori, che arrivano dal nord, passando per Napoli o da Foggia. Ma i viaggiatori partenopei sono stati già accolti sulla salita di Baiano da un’immagine non meno lussureggiante dell’Irpinia, con i suoi Monti e il suo Parco. Questo lembo di mondo, che sembra così estraneo al Sud, alla Campania felix di antica memoria o alla Capitanata, trasporta, attraverso una macchina del tempo formidabile, l’ospite in un’Italia, che oggi non c’è più, in una provincia, dove i piccoli paesi, e coloro che ancora vi resistono, accanto alle ipocrisie e alle debolezze di ogni individuo, conservano i modi antichi di un popolo di pastori, contadini e artigiani. Questa terra è stata raccontata da tanti, da Vinicio Capossela a Franco Arminio, da Franco Festa a Emilia Bersabea Cirillo a Claudia Iandolo ad Angelo Antonio Di Gregorio a Gaetana Aufiero, da Michele Miscia a Pasquale Gallicchio, da Giandonato Giordano a Michele Vespasiano, da Emanuela Sica a Franca Molinaro, ma ancor di più è stata raccontata da libri collettanei, dai tanti poeti del Sud recuperati con Giuseppe Iuliano: si pensi alle tante antologie poetiche curate dal Centro di Documentazione sulla Poesia del Sud o dalle Strade della Poesia o dalla Grande Madre, ai libri sul terremoto (a “Irpinia 1980-2020”, curato da Gianni Festa, Giuseppe Iuliano, da chi scrive). Cinquanta giovani, collettivamente, si sono espressi nel volume “Fiori nel deserto” (2017). I libri collettivi sono quelli, che meglio descrivono una terra, che tenta di salvare una propria identità, senza chiusure, senza orgoglio, ma quasi come sforzo titanico contro la post-modernità, che avanza e tritura tutto con i suoi micidiali strumenti massmediatici, come atto di sopravvivenza, come argine a qualcosa, come argine che ancora resiste. C’è l’immagine di San Guglielmo, vicino all’Abbazia del Goleto, con la scritta “Ostinatamente Irpini”. La civiltà contadina è stata travolta dal terremoto dell’80, ma in parte vive ancora nei dialetti, nelle cadenze, negli orizzonti, nelle processioni, nelle fiere, nelle sagre, nelle colture tipiche, nei riti secolari che si ripetono con stanchezza o con convinzione, nelle solitudini invernali, nelle ricette delle nonne. La “generazione z” sembra essere l’unica che si sia già sradicata, che è sospesa in un mondo proprio, che è rimasta orfana e non trova padri e punti di riferimento. Allora l’Irpinia perderà la sua identità, e anche la terra resterà orfana. Questo pensiero ho avuto leggendo il bel libro curato da Rossella Lungo, “Irpini per sempre. Viaggio emozionale nel cuore dell’Irpi – nia”, Prefazione di Angelo Picariello e Nota di Franco Arminio (Edizioni della Sera, Antologica 16, 2020), che accoglie racconti e riflessioni di alto valore di alcuni degli intellettuali e poeti più interessanti degli ultimi anni: Luigi Anzalone, Gaetana Aufiero, Fiorella Bruno, Antonetta Carrabs, Domenico Cipriano, Eleonora Davide, Virginia Danna, Ottaviano De Biase, Prisco De Vivo, Francesco Di Sibio, Franco Festa, Elisa Forte, Antonietta Gnerre, Floriana Guerriero, Monia Gaita, Gennaro Iannarone, Marianna Iannarone, Gerardo Iuliano, Giuseppe Iuliano, Vera Mocella, Eliana Petrizzi, Ilde Rampino, Simone Rotondi, Gerardina Scarlatella, Emanuela Sica, Agostina Spagnuolo, Michele Vespasiano. Ciò che colpisce di questo libro è il racconto di un’Irpinia al passato. La sfida resta sempre la stessa, progettare un’Irpinia del futuro.

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