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Il sipario sta per calare anche su questo rovente scorcio d’estate che preannuncia l’ennesimo “autunno caldo”.

Le locuzioni ormai si sono esaurite per definire “l’emergenza Mezzogiorno”. Potrebbe aggiungersene un’altra che renda più efficacemente lo stato d’animo di una regione lacerata nelle sue viscere più profonde come la Campania, sempre più “infelix”.

E’ noto, a soffrire maggiormente sono le aree più deboli, le zone interne, e l’Irpinia ne sa qualcosa, scossa da una crisi che ha nello spopolamento dei territori il difficile quadro clinico di una situazione che sembra aggravarsi di giorno in giorno e che vede la sostanziale inerzia dei sindaci.

Il “risanamento”, dei conti s’intende, sbandierato da chi sembra non svolga più una funzione politica classica, più simile a quella di manager di azienda chiamato a mettere al sicuro i bilanci, non coincide esattamente con i bisogni di una comunità regionale realmente ri-sanata nel suo corpo dilaniato da mille sofferenze.

Come dire, abusando di un’espressione logora, è il fallimento della politica, la fine della politica.

E’ altrettanto vero, d’altra parte, che è difficile parlare di comunità regionale, quando a tutt’oggi vive e persiste un dualismo che contrappone “l’interno” “all’esterno”, la provincia ossuta del Mezzogiorno alla grande e “polposa” area metropolitana.

Se da una parte i mali dell’area metropolitana non possono essere curati soltanto con i sacrifici che devono sempre accollarsi le martoriate zone interne della regione, dall’altra è impensabile che i territori di queste ultime restino ancorati a posizioni di sola recriminazione e pur legittima denuncia rispetto a quello che è l’abbandono al proprio destino di interi territori.

Le enormi sofferenze sociali per un Sud fiaccato da una crisi permanente si stanno rivelando letali per le sorti disperanti di questo Mezzogiorno agonizzante.

In questi anni è stato detto che bisognava fare delle operazioni di emergenza per tenere in vita il più possibile il malato, per poi cominciare ad attrezzarsi per valorizzare meglio le risorse da impiegare, in particolare quelle europee, per sfruttare il potenziale di crescita del Sud.

Ma viene da chiedersi se non sia stato proprio questo un errore commesso, sulla “questione Mezzogiorno”, dai ceti politici che si sono alternati da un po’ di anni a questa parte: invocare l’emergenza e non affrontare l’urgenza.

Qualcuno non ha esitato a definire tutto ciò come “lentezza mortifera”.

Il Mezzogiorno, ed in particolare la Campania, in questi anni hanno fatto segnare, sul termometro della crisi, i sintomi di un malessere grave, che si chiamano ora disoccupazione cronica, ora impoverimento, piuttosto che precarietà del lavoro, incertezza del futuro, e non ultimo smarrimento identitario.

Ferito da eventi storici avversi e da scelte politiche sciagurate, mutato geneticamente nel corredo culturale e depredato delle risorse umane più sane e vitali, umiliato e deriso, il Sud, infine, è morto. Come accade per ogni corpo esanime, anche il Sud è ora preda di tanti animali necrofagi che banchettano divorando le sue carni putrefatte. Adesso occorre attendere che essi esauriscano il loro pasto per capire come potrebbe ripopolarsi il Mezzogiorno. A quel punto l’Europa dovrebbe cogliere l’occasione di un territorio da reinventarsi sotto ogni aspetto per sperimentare nuove forme di vita umana associata. Dall’esito di questo esperimento potrebbero giungere indicazioni fondamentali per la sopravvivenza di tutto l’Occidente”. Così ha scritto Angelo Casto ne “L’ultimo respiro a Mezzogiorno. Riflessioni e racconti dalle macerie di una civiltà”.

L’autunno sta arrivando, riportando con sé un pesante carico di urgenze insolute, di giovani che partono e di migranti disperati che arrivano dal mare, in una metafora esistenziale enigmatica.

Non vorremmo che il sipario (strappato) di questo ultimo tragico atto della storia del Mezzogiorno cada definitivamente senza che si sia provato a riscrivere tutti insieme un destino comune, “altro” da quello prospettato.

di Emilio De Lorenzo

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