La sfida educativa come priorità su cui investire, in un tempo in cui i presidi formativi per eccellenza, dalla famiglia a Chiesa e politica, appaiono sempre più deboli. E’ l’idea da cui nasce il volume di Marco Rossi Doria “Scuola. Educare quando tutto sta cambiando”, edizioni Vita e Pensiero. Una sfida nient’affatto semplice, poiché, ci ricorda Rossi Doria – maestro elementare dal 1975, in prima linea nei quartieri difficili di Roma e Milano, fino a diventare uno dei primi maestri di strada – la scuola deve fare i conti con una società che cambia secondo ritmi vertiginosi, sempre più multiculturale e tecnologica ma incapace di colmare il forte divario tra il Nord e il Sud del paese, tra aree costiere ed aree interne. Un divario evidente nel tasso di dispersione scolastica, nella diffusione del tempo pieno o ancora nella qualità degli edifici scolastici, a partire dalla presenza di mense, laboratori e palestre che favoriscono l’accesso a una vasta gamma di attività extrascolastiche. Un dato per tutti, circa 550mila allievi delle scuole primarie del Mezzogiorno, il 66% del totale, non frequentano scuole dotate di una palestra, contro il 54% del Nord.
Un divario accompagnato dal dilagare delle tecnologie, dalla circolazione inarrestabile di informazioni e immagini sui social, che determina un paradosso, se da un lato il sapere diventa precondizione per lavorare e aumenta la disponibilità alla conoscenza grazie all’IA, resiste anche l’esclusione dalla conoscenza con una crescita della povertà educativa, intesa sia come abbandono della scuola e della formazione professionale, sia come livello insufficiente di apprendimento a scuola.
La certezza da cui muove Rossi Doria è che esistono ricette per salvare la scuola, se non la consapevolezza che è necessario partire dall’impegno quotidiano e affrontare la complessità del processo di apprendimento che non è mai lineare ma multidimensionale e non può non presuppore la costruzione di un noi, poiché si impara sempre insieme agli altri “Imparare insieme ad altri e poi guardare nuovamente a sé stessi entro la dinamica tra diversi suscita la fondamentale dimensione dello scambio, del confronto e anche del contrasto e del conflitto che possono avere luogo a scuola, entro un sistema regolato e protetto che prepara alla vita senza coincidere con la vita”.
Ecco perché acquistano un ruolo decisivo le comunità educanti che attraggono e riuniscono risorse dello Stato e del privato e figure educative differenti entro una dimensione pubblica fondata sulla sussidiarietà. Una sfida nata in risposta a crisi educative, che si va estendendo ovunque, perché c’è finalmente piena coscienza di come si apprenda ovunque, non solo a scuola, ma anche a casa, in Rete, nei luoghi reali e virtuali, di qui la necessità di costruire un dialogo tra questi spazi, tra aule e luoghi extrascuola, superando un approccio puramente trasmissivo della conoscenza, scommettendo su sperimentazioni e avventure poliedriche di scoperte . L’invito è quello di ricostruire la comunità che educa “in virtù di un civismo educativo competente e diffuso che, più largo della scuola, ne accompagna la missione, agendo come contesto di vita dove si impara”. In questa sfida collettiva, ci ricorda Rossi Doria, si inserisce anche il nodo dell’Intelligenza artificiale che può e deve diventare uno degli strumenti di questo processo, sfruttandone le molteplici potenzialità legate all’apertura di nuove frontiere della conoscenza, ma facendo i conti con i molteplici pericoli che porta con sé, mettendo in discussione filiere occupazionali e rischiando di accentuare le disuguaglianze tra chi riesce a misurarsi con tutto questo e chi non ce la fa. Ecco perché l’unica strada percorribile appare quella di integrare l’accesso all’IA con i sistemi di studio precedenti, educando gli studenti alla riflessione sui processi di elaborazione delle informazioni. Le scuole, ci ricorda l’autore, devono sottrarsi a una posizione di fruizione passiva per far parte di reti “che copartecipano all’evoluzione dell’IA, rendendo critico, aggiornato e consapevole il suo uso”. Poiché, non ci sono dubbi che “entro un paesaggio così radicalmente mutato e proprio per i suoi caratteri così sfidanti, resiste e trova nuova ragione l’imperativo di accompagnare chi nasce dopo di noi a impossessarsi del mondo attraverso la conoscenza. Torna così il significato primo del verbo ‘educere’ che ci dà speranza e che richiama impegno”.
Rossi Doria ha il dono di conciliare utopia e passi concreta, immaginando un nuovo patto tra scuole e famiglie e rivolgendo, in particolare, il suo sguardo alle aree territoriali a rischio dispersione. Qui è possibile immaginare un piano speciale che preveda un tempo pieno territoriale, che si svolga non solo a scuola ma anche con laboratori creativi, pratica sportiva e coinvolgimento in esperienze comunitarie intergenerazionali. Oggi, più che mai, bisogna investire nell’edilizia scolastica attraverso progetti di riqualificazione del patrimonio edilizio fondati su sicurezza funzionale, sismica, idrogeologica e sostenibilità energetica e qualità degli ambienti di apprendimento sulla base delle nuove esigenze pedagogiche. Piani a cui si affianchi la costruzione, nelle aree interne spopolate, di scuole di ambito territoriale ambientalmente sostenibili, capaci di riunire i bambini e i ragazzi dell’area, pensate come centri polifunzionali comunitari e di aggregazione socioeducativa. Qui le funzioni della scuola abbracciano quelle del consolidamento delle conoscenze con pratiche sportive, laboratori, servizio sociale ed esplorazione del territorio.
Rossi Doria testimonia con forza la sua fede nel potere della scuola e lancia un appello, promuovere una grande politica italiana su apprendimento, educazione e formazione che guardi più largamente, oltre la nostra provincia, al Mediterraneo e all’Africa “Va allestita un’iniziativa nazionale che unisca, entro un’unica regia, le azioni pubbliche e private a favore degli adolescenti, soprattutto nelle aree difficili, supportando le esperienze di protagonismo, di autogoverno in spazi comunitari, di cura e fuoriuscita dalle difficoltà e sofferenze, di riparazione o consolidamento dei percorsi di studio”. Un libro prezioso che è anche un omaggio alla professione dell’insegnante che va difesa e remunerata, perché “insegnare è una professione per sua natura complessa, ricca, rischiosa e che richiede la fatica della riflessione, costante, del vaglio e della verifica sul proprio operare singolare e insieme agli altri”. E la scuola può essere salvata, a patto che si riscopra il senso dell’educere, nel suo significato primo, che insegni non solo a leggere e comprendere un testo ma anche a gestire fatica, costruire metodo e resilienze personali, nutrire autostima, essere parte di processi creativi che richiedono cooperazione. Lo ribadisce il cardinale Matteo Maria Zuppi nella prefazione “Rossi Doria non si spaventa del cambiamento e non vorrebbe ce ne spaventassimo. Ma ci dice con chiarezza che alcune cose non cambiano e non devono cambiare”. A partire dalla necessità che “la scuola sia un bene comune, non un servizio per chi può permetterselo, non una palestra per i meritevoli ma un diritto per tutti, a cominciare da chi parte svantaggiato”.




