“A rifletterci oggi, mi sembra che ogni mia scelta sia stata determinata non solo dal desiderio di autonomia professionale ma anche da un bisogno di ricominciare lontano dalle difficolta professionali e complessità vissute al ridosso della laurea in lingue e letterature straniere”. E’ Marika Preziuso, 49 anni, avellinese, docente di letterature comparate a Boston ( https://massart.edu/directory/faculty-staff/marika-preziuso/ ) a raccontare cosa significa vivere oggi negli Usa di Trump, in un’estate torrida come non mai. Dal legame mai interrotto con la sua Irpinia “dove scopro di tornare ancora più volentieri di quando la mia casa era qui” alle paure per un futuro che “appare ancora più complesso e oscuro, in una terra diversa da quella dove sono arrivata più di dieci anni fa?.
Come sei arrivata a Boston negli Usa?
Mi sono laureata all’Università di Salerno in lingue e letterature straniere con una tesi sulla scrittrice bell hooks e dopo la laurea ho conseguito un dottorato all’Università di Londra, dove sono rimasta otto anni. Dopo il phd, a causa della recessione che ha colpito l’Inghilterra e l’Europa ho dovuto fare i salti mortali per mantenermi, insegnavo italiano in una scuola superiore, tenevo corsi all’Università ma non guadagnavo abbastanza per poter immaginare il mio futuro lì, malgrado il sostegno dei miei genitori. La mia supervisor mi ha consigliato di inviare il curriculum ad alcune università americane, la mia attenzione era rivolta in quegli anni alle autrici della diaspora caraibica ed ero già stata negli Usa per le mie ricerche. Non conoscevo ancora bene la geografia del paese e ricordo di aver inviato curriculum a Università sparse in tutti gli stati, fino a che non mi hanno risposto dall’Università della Virginia e sono arrivata a Charlottesville nel 2010 per un progetto di ricerca postdottorato che mi garantiva il visto e l’alloggio. Charlottesville è una città universitaria con un tipico campus americana ma resta un piccolo centro del Sud degli Usa, progressista se confrontato con il resto della Virginia, ma certamente privo della dimensione internazionale che caratterizza Londra. Per me che venivo da Londra, mettere piede lì è stato uno shock culturale, nel Centro di Ricerca Umanistica dove lavoravo non erano abituati a relazionarsi con studenti e docenti che provenissero da altri paesi, ho percepito tanta curiosità e affetto, sono diventata una piccola celebrità ma confesso che quella città mi stava stretta. Terminato il post doc, avevo perso le speranze di restare negli Usa ed ero decisa a tornare a Londra, quando ho ricevuto una chiamata dal Massachusetts College of Art and Design (MassArt) per un colloquio per una cattedra di assistant professor di World literature (letterature comparate).
Che ne è stato del sogno americano? La tua storia dimostra che è ancora vivo?
Ho toccato con mano come gli Usa continuino ad essere una terra in cui se ti dai da fare, se lavori e hai idee puoi raggiungere obiettivi importanti ma certo l’America di Trump non è il paese in cui sono arrivata. Trump non è un outsider, non è un’anomalia, ha portato all’eccesso alcuni tratti dello spirito americano come l’ostentazione della propria sicurezza, il patriottismo e l’ideologia dell’eccezionalismo americano. Quello che più preoccupa, al di là della politica internazionale, è come stia cercando di riscrivere la storia del paese, alimentando la narrazione di una nazione costruita dai coloni americani lì dove non esisteva nulla, senza alcuna considerazione del ruolo dei nativi o degli schiavi nella storia del paese. Nella mia università e più in generale in Massachusetts , abbiamo una governatrice progressista, Maura Healey, che lotta per difendere i principi di libertà che sono il cuore degli Usa, a partire da quella di ricerca e di insegnamento, ma è chiaro che anche i diktat di Trump, i suoi veti, la sua censura rischiano di condizionare l’attività di noi docenti. Dopo tre anni in cui sono stata capodipartimento, tornerò a insegnare e mi interrogo molto su quale approccio usare nel presentare temi legati alla storia del paese, ignorati o considerati scomodi dall’attuale governo. Ho scelto fortemente di restare perché sono convinta di poter offrire il mio contributo in un momento delicato come quello che vive il paese. Noi docenti possiamo giocare un ruolo importante nel mantenere viva la coscienza critica nelle nuove generazioni e difendere il valore della cultura e della libertà, malgrado un presidente come Trump, che consegna il ritratto di un’americanità spaccona, convinta di essere alla guida di un impero, come ha dimostrato a proposito dell’intervento in Venezuela per ristabilire la “democrazia” in paese. Sono convinta che oggi, più che mai, sia necessario partire dal confronto tra differenti punti di vista. Del resto, anche nel mio dipartimento ci sono colleghi che sono ebrei americani molto critici nei confronti della narrazione dei media occidentali di Israele e colleghi pro palestinesi che non smettono di denunciare quanto accade a Gaza. Non è facile, qualsiasi materia si insegni, prescindere dalla politica, soprattutto quando continua a limitare gli spazi di libertà dentro e fuori il paese. A ciò si affiancano i tagli alla ricerca imposti da Trump, i differenti parametri di valutazione delle Università che stabiliscono anche i fondi assegnati, finendo per imporre vincoli ai contenuti della didattica e della ricerca.
E’ ancora così popolare Trump negli Usa?
E’ una domanda a cui è difficile rispondere. Io e il mio compagno di origine nigeriana abbiamo ormai una forma di nausea nei confronti delle sue uscite, delle sue scelte in politica internazionale, delle sue battute. Se è vero che i sondaggi danno Trump al livello più basso di consensi, mai registrato negIi Usa, ci sono ancora stati in cui resiste, penso soprattutto all’America rurale, alla working class che lo hanno sostenuto fin dall’inizio. Eppure quella stessa working class deve fare i conti con un’economia ben diversa da quella promessa da Trump. Malgrado le dichiarazioni del presidente di voler fare grande l’America e i suoi proclami, ogni giorno fanno fatica a pagare le bollette e sono i primi a pagare il prezzo delle guerre da lui portate avanti. Sono in tanti a sottolineare come abbia fatto l’esatto contrario di quanto promesso in campagna elettorale. Tuttavia, se si esce dal Massachussetts, sono ancora tante le case dove compaiono balconi e bandiere con il suo volto con “MAGA” (Make America Great Again)
Quale è oggi il tuo rapporto con l’Italia? Cosa ti manca di più?
Sono vicina al traguardo dei 50 anni, 25 anni di questi li ho trascorsi in Italia e 25 tra Londra e gli Usa. Quella che continua a mancarmi è la bellezza della lingua italiana, poiché più passano gli anni, più ne apprezzo il valore affettivo di cui si carica. E’ una lingua legata a ricordi, luoghi, persone. Non sarà mai così con l’inglese. Allo stesso modo, amo tornare nella mia città, ancora di più oggi che qui non c’è più la mia casa, dopo la morte dei miei genitori e posso decidere dove stare. Attendo con ansia i giorni del ritorno e cerco di godermi le giornate avellinesi più che posso. Spero di avere la possibilità di scoprire la provincia irpina la prossima volta che verrò. Mi interrogo spesso sulla scelta di lasciare l’Italia, partire mi sembrava allora l’unica scelta possibile, ero convinta che l’Italia non mi garantisse autonomia e indipendenza professionale, agilità nel muovermi nella professione, mi appariva il simbolo di una complessità difficile da vincere anche con l’impegno e il sacrificio. Oggi spero che la realtà del nostro paese sia cambiata. Sono una donna che vive sola con il proprio gatto, Nova, senza dar conto a nessuno. Ho sempre immaginato che gli Usa mi dessero maggiore libertà di gestire il mio privato, senza preoccuparmi di pregiudizi. Al tempo stesso, sono una persona che ha sempre reagito a separazioni dolorose, delusioni, ponendosi nuove sfide da vincere, lasciando tutto e ricominciando da un’altra parte. L’ho fatto quando sono partita per Londra e quando sono partita per l’Italia. Oggi, dopo una piccola delusione professionale, ho cominciato a scrivere un libro sulla leadership nel sistema universitario, è la mia nuova sfida, ma è anche un modo per riflettere sulla società e sull’insegnamento.
Hai mai pensato di tornare?
La mia vita, il mio lavoro sono qui, sarebbe difficile ricominciare in Italia, dopo aver costruito carriera e affetti qui negli Usa. Non ho mai lavorato in Italia e mai insegnato in lingua italiana. Sarebbe come ricominciare tutto da capo.
Che progetti hai per il futuro?
Certo, se Trump dovesse essere eletto ancora una volta, potrei decidere in futuro di andare via insieme al mio compagno. Al momento, continuerò a dedicarmi all’insegnamento e ai miei studenti, sperando arrivino tempi migliori ma convinta che ciascuno possa dare il suo contributo alla difesa di principi come libertà e democrazia. Ho lavorato tantissimo per raggiungere gli obiettivi che mi prefiggevo, ancora di più perché ero straniera e sapevo avrei dovuto vincere discriminazioni e pregiudizi. Oggi vorrei cercare di godermi un po’ di più la vita, gli Usa non sono il luogo più adatto per rilassarsi, avverti ovunque il peso dell’etica protestante che impone il rispetto del dovere a partire dal lavoro. Qui non ci sono riti a cui sono profondamente legata, come quello della passeggiata al Corso ed è una delle cose che mi manca di più, uscire sapendo di poter incontrare amici o conoscenti.



