“Don Peppe Diana è stato un sacerdote a tutto tondo, che non ha mai smesso di testimoniare ai giovani la forza del Vangelo, un educatore e un faro per i ragazzi della parrocchia”. E’ Antonio Mattone a ricostruire la figura di don Peppe Diana, assassinato dalla camorra il 19 marzo del 1994, nel suo volume “il Casalese di Dio”, presentato al Polo Giovani: “E’ stato il vescovo di Aversa Angelo Spinillo a chiedermi di raccontare don Peppe Diana, in attesa dell’apertura della causa di beatificazione. Un racconto per il quale ho scelto un taglio documentale,, ho voluto incontrare i testimoni, tutti coloro che avevano conosciuto don Peppe, a partire dai ragazzi a cui ha dedicato il suo impegno. Sono stati loro a riferirmi di numerosi scontri con esponenti della camorra. Il complimento più bello me lo hanno fatto loro, mi hanno confidato che, dopo aver parlato con me, hanno avuto l’impressione che don Diana fosse vivo. Ho intervistato gli inquirenti che hanno indagato sull’omicidio, ho studiato gli atti del processo, ho parlato con gli uomini che sono in carcere, accusati di aver partecipato all’omicidio. Non sono riuscito, invece, a incontrare Giuseppe Quadrano, il mandante, sul cui ruolo nell’omicidio non si è ancora fatta chiarezza. Le sue dichiarazioni non coincidono con quelle del fratello, anche lui pentito. Ci sono ancora elementi rimasti oscuri in questa vicenda. Non sappiamo, ad esempio, chi abbia premuto il grilletto e cosa faceva paura al parroco di Casal di Principe tanto da indurlo ad andare a parlare con un magistrato due giorni prima della sua morte e da chi ricevette la telefonata che gli chiedeva di non celebrare il funerale dello zio di Quadrano. Ecco perchè vorrei ascoltare la versione di Quadrano, per rendere davvero giustizia a don Diana. Non dimentichiamo che subito dopo la sua morte la camorra provò a screditarlo”. E ribadisce “Non è stato un prete anticamorra, sarebbe riduttivo definirlo in questi termini, è stato un sacerdote che amava i suoi ragazzi, che condivideva con loro sogni e speranze, aveva a cuore i più fragili, si prendeva cura degli immigrati, dei diversamente abili. Ma era anche un sacerdote di forte spiritualità. La sua figura ci ricorda che la malavita e il malaffare si possono sconfiggere”.
Il giornalista Aldo Balestra sottolinea come “Molto spesso si racconta don Diana per il suo impegno anticamorra ma questa è solo una parte della sua missione sacerdotale. Lo si capisce bene leggendo il volume che pone l’accento sull’impegno di un sacerdote calato nella realtà dell’agro aversano: “Qui la pastorale era formare i giovani, cercare di trasformare le loro vite. Era un casalese di Dio, aveva il carattere proprio di tanti casalesi, orgoglioso, spaccone, coinvolgente, coevo alla sua generazione, al sentire del suo popolo che era oppresso dalla camorra. Mattone ha saputo restituire dignità a don Diana”. E’ quindi il vescovo di Ariano Sergio Melillo a porre l’accento sulla sua capacità di spendersi per la Chiesa e le nuove generazioni “Don Diana si era formato al seminario dei gesuiti di Napoli, dove aveva ricevuto una formazione meno ecclesiastica e più ecclesiale. Il suo linguaggio era quello di un Vangelo più legato alla vita, aveva scelto di essere prete fino in fondo, era un sacerdote che abitava la vita ma soprattutto era un figlio di quel territorio e lo amava profondamente. Ho apprezzato molto la capacità di Mattone di riassumere passaggi cruciali della cronaca ma anche gli incontri chiave che hanno segnato la sua esistenza”. E ricorda il suo incontro fortuito con Don Diana a Lourdes dove si era recato con gli Scout.
Il questore Pasquale Picone, in servizio nell’agro aversano quando fu ucciso don Diana, ricorda come quel territorio fosse assediato dalla criminalità organizzata “Quindici i comuni scelti per infiltrazioni, oltre 50 i morti in un anno. Era un territorio lacerato da conflitti tra clan e con la camorra napoletana”. E racconta come quel 19 marzo del 1994 “non ero andato a lavoro perchè era il compleanno di mia moglie ma mi chiesero di tornare in Questura a causa di due morti, uno di questi era don Diana. A quell’omicidio è seguita una risposta forte da parte dello Stato per individuare gli autori dell’omicidio”. E spiega come non possiamo accettare che parole come “Non tacerò per amore del mio popolo siano dette solo da un sacerdote. C’ bisogno del sostegno costante da parte della collettività”. Sottolinea come la realtà sia profondamente cambiata nel Mezzogiorno “Nel 2000 c’era ad Avellino un clan criminale che uccideva, il clan Genovese, oggi quel clan non ha più il peso specifico che aveva in passati. L’Irpinia non è un’isola felice, lo abbiamo ripetuto tante volte ma è una provincia sicura nell’ambito del contesto regionale, in termini di risposta delle forze dell’ordine. Abbiamo bisogno di ogni cittadino”. Risponde a Carlo Mele, Garante provinciale detenuti, che sottolinea la necessità di non dimenticare le condizioni in cui versano i detenuti nelle carceri, ribadendo come “siamo chiamati a rispettare la lodo dignità, a investire nelle realtà carcerarie e chiama la politica a fare la sua parte”. Il magistrato Matteo Zarrella, Presidente Emerito Tribunale Lagonegro, rievoca il processo, da lui guidato, nel corso del quale fu condannato il giornale casertano che non esitò a gettare fango su don Diana, accusandolo di avere una relazione con due donne, sottolinea come la Chiesa, prima di don Puglisi e don Diana, abbia scelto, talvolta, do essere complice e ricorda la lezione del vescovo Nogaro, a cui si ispirava don Diana, un sacerdote che sapeva stare tra terra e cielo “L’impegno che consentì a don Diana e don Puglisi di conquistare la medaglia d’oro al valore civile si è tradotto nel processo di beatificazione”.
Il sindaco Nello Pizza spiega come la forza di don Peppe è quella di “essere stato un testimone, che applicava il Vangelo nel quotidiano, che dialogava con i giovani attraverso l’esempio” ed esorta a “non abbassare la guardia nella lotta alla criminalità organizzata, a essere chiari e trasparenti, solo così possiamo difenderci, solo così potremo essere rispettosi del suo insegnamento”. Padre Marco Masi ricorda come “dal sacrificio scaturisce un seme di speranza. Di qui l’invito a far sentire la propria voce”. Mentre Arcangelo Zarrella, educatore del Carcere di Bellizzi, ribadisce come “Uomini come don Diana restano vivi fino a che ne manteniamo il ricordo. Da don Peppe l’invito a coltivare la speranza di un’umanità da rinnovare”.





