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Tra meno di una settimana comincerà il sessantaseiesimo Festival di Sanremo. Un appuntamento che è diventato irrinunciabile per milioni di italiani. Canzoni che hanno accompagnato intere generazioni. L’idea è semplice mettere in gara dei cantanti e alla fine a vincere è uno solo di loro. Il fascino della competizione attrae sempre soprattutto in un paese abituato alle sfide sportive e che si divide eternamente tra guelfi e ghibellini. E così l’idea di un Festival della canzone prende vita negli anni successivi alla seconda guerra mondiale. Gli italiani devono e vogliono dimenticare orrori e aberrazioni e lo fanno anche attraverso la musica. La TV non c’è ancora nel 1951 e allora è attraverso la radio che arriva la voce dei cantanti. In quella prima edizione sono solo in tre. Vince Nilla Pizzi con “Grazie dei Fiori”. Passano quattro anni e nel 1955 per la prima volta le telecamere della Rai riprendono il Festival. Vince un giovane artista romano Claudio Villa con “Buongiorno Tristezza” ispirato al romanzo francese di Francoise Segane. E nel 1958 però che le braccia al cielo di Domenico Modugno e la sua “Nel blù dipinto di blù” ribattezzata “Volare” diventa la colonna sonora dell’Italia. Un paese in piena crescita economica. Gli anni del boom. La guerra è sempre più un ricordo lontano e sfumato. I primi elettrodomestici e la macchina sono il sogno dell’italiano. La nostra economia si trasforma da agricola a industriale. L’Italia riesce in pochi anni a ridurre il divario storico con paesi che ben prima di noi hanno cominciato il processo di industrializzazione come Inghilterra e Francia. La fabbricazione di auto dal 1959 al 1963 quintuplica e passa da 148 mila a 760 mila unità. I frigoriferi da 370 mila a un milione e mezzo. I televisori da 88 mila a 643 mila. L’aspetto che colpisce non è solo che si manifestano in un paese arrivato all’appuntamento con lo sviluppo in una condizioni di arretratezza diffusa ma il fatto che diventano il risultato di un processo estremamente rapido. La velocità è il segno di quell’epoca. Non a caso il film che interpreta meglio di ogni altro il cambiamento del nostro paese è “Il Sorpasso” di Dino Risi. La macchina di Vittorio Gassman che sfreccia sulla via Aurelia è la fretta che l’Italia ha di competere con le altre potenze mondiali. Un paese che scopre con Sanremo la voce di Mina, la gioventù spensierata di Gigliola Cinquetti e il ciuffo ribelle di Bobby Solo. La tragedia con la morte di Luigi Tenco chiude metaforicamente l’età della crescita degli anni sessanta e ci porta nell’impegno dei settanta. Si affacciano cantautori come Lucio Dalla e la sua “Gesù Bambino” o la coppia Adriano Celentano e Claudia Mori con “Chi non lavora non fa l’amore”. Anni di lotte operaie e un paese insanguinato dal terrorismo. La morte di Aldo Moro e il successo della “Febbre del sabato sera”. Anticipo della leggerezza che torna con gli anni ottanta e novanta. Sul palco dominato da Pippo Baudo salgono comici come Beppe Grillo e il trio Marchesini -Lopez – Solenghi. Non solo canzoni e cantanti lo spettacolo si amplia e coinvolge anche un premio Nobel come Renato Dulbecco. Gli anni duemila sono quelli della Seconda Repubblica. In politica spariscono i partiti ed è il tempo dei leader al Festival arrivano gli artisti nuovi provenienti dai programmi Tv come “Amici” o “X factor”. Sanremo insomma come ci insegna il Gattopardo deve cambiare per adeguarsi ai tempi nuovi ma resta uguale a se stesso. Un rito, una funzione necessaria per distrarsi, per dimenticare momentaneamente i problemi per “volare nel blù dipinto di blù felice di stare lassù”.
edito dal Quotidiano del Sud

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