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Nessun Dio è mai sceso quaggiù

Di Vincenzo Fiore

Se si dovesse individuare un momento epocale di svolta della storia del cristianesimo, sicuramente non si potrebbe non considerare il 529 d. C., anno in cui per ordine dell’imperatore Giustiniano vennero chiuse tutte le scuole filosofiche pagane. Dopo 916 anni di gloriosa attività, l’Accademia fondata da Platone in persona smetteva di esistere per sempre. Il libero pensiero e la ricerca della verità s’inchinavano alla tirannia del nuovo Dio, che non ammetteva altro se non il suo Verbo. Dovranno trascorrere circa mille anni, arrivare a Giordano Bruno e Galileo Galilei, prima di scuotere il sistema totalitario cristiano. Eppure, nei secoli precedenti, vi era stato un vivace seppur feroce dibattito fra gli apologeti della nuova religione e i filosofi antichi.

Tra i primi a sospettare del nuovo credo fu Tacito. Lo storico definiva il cristianesimo una superstizione funesta che lentamente conquistava il suo spazio in una Roma decadente. Sempre di superstizione, parlava anche Svetonio. Quest’ultimo descriveva i primi cristiani come una strana razza di uomini portatori di malvagità. Ad oggi, non possediamo integralmente alcuna opera che offra un’esposizione complessiva delle obiezioni mosse ai primi cristiani dai loro contemporanei. Tuttavia, grazie a Minucio Felice ed Eusebio di Cesarea, che scrissero in difesa della dottrina cristiana, possiamo ricostruire le tesi che cercarono di confutare. All’inizio del III secolo il primo compose un dialogo intitolato Octavius, nel quale si immaginava come arbitro di una conversazione fra un cristiano di nome appunto Ottavio e un pagano di nome Cecilio. Con acute e velenose critiche, lo scettico Cecilio elenca diverse teorie cosmologiche per dimostrare che non occorre ricorrere a una divinità per spiegare l’origine dell’universo. Stando ai limiti della condizione umana, l’atteggiamento più ragionevole, per Cecilio, sarebbe quello di attenersi alla tradizione rimandata dai padri. Al di là di un discorso prettamente filosofico-scientifico, Cecilio intravedeva i rischi politico-sociali dell’affermarsi di una comunità basata su regole e consuetudini che non si adattavano alle leggi della città, anticipando così quella vecchia teoria che vedeva nel diffondersi del cristianesimo una delle cause della caduta dell’Impero. Inoltre, come farà anche il suo contemporaneo Tertulliano nell’Apologeticum, così Minucio Felice attraverso le parole di Cecilio descriverà le pratiche riprovevoli dei primi cristiani, come l’antropofagia, l’infanticidio e le orge incestuose di iniziazione: «Gente che vive nascosta e lontano dalla luce […] sempre incerti e inquieti, pallidi, spaventati, degni di misericordia […] non risorgete e nel frattempo nemmeno vivete».

Non meno severe, sono le critiche raccolte da Eusebio di Cesarea. L’adesione alla religione rivelata appariva agli avversari del cristianesimo non come l’esito di un ragionamento, ma una scelta irrazionale priva di qualsiasi fondamento filosofico. Accusa, che il vescovo greco tentò di confutare nella Praeparatio evangelica, opera pensata come un’introduzione al nuovo credo per i pagani.

Quello che potrebbe sembrare, invece, un primo confronto costruttivo, volto alla messa a fuoco dei punti in comune della religione cristiana con le dottrine pagane precedenti, potrebbe essere l’opera Alethès lógos del platonico Celso. Il “Discorso vero” di Celso mette in evidenza, secondo alcuni interpreti, come trovare un punto d’incontro su temi quali: la superiorità della realtà intelligibile su quella materiale, la preferenza dell’elemento psichico su quello corporeo, dell’universale rispetto all’individuale. Non bisogna dimenticare però, che anche quest’opera ci è stata tramandata da un autore cristiano, in questo caso Origene di Alessandria nel suo testo Contro Censo. Infatti, non sono meno radicali le contestazioni mosse dal filosofo greco. Secondo Celso, l’assurdo dogma dell’incarnazione sottintenderebbe un antropocentrismo egocentrico; perché mai l’uomo dovrebbe considerarsi superiore alle altre specie animali, da ritagliarsi un ruolo esclusivo in questo rapporto fra terreno e ultraterreno? Forse la risposta sta proprio al principio della questione: l’uomo ha creato Dio, e non viceversa, proprio per il bisogno e l’illusione di contare qualcosa in questo universo infinito e inesplorato, per tentare di rispondere a domande complesse con soluzioni semplici e fantasiose.

Celso fu chiaro nell’esito del suo pensiero: «Nessun dio, o giudei e cristiani, e nessun figlio di dio è mai sceso, né potrebbe scendere quaggiù». Proprio parafrasando queste parole, Marco Zambon, ricercatore di Storia del cristianesimo dell’Università degli Studi di Padova, dà il titolo al suo nuovo monumentale saggio “Nessun dio è mai sceso quaggiù. La polemica anticristiana dei filosofi antichi” (Carocci Editore, Roma 2019). Uno studio magistrale che approfondisce e chiarisce in ogni suo aspetto modalità, tempi e argomenti con i quali i cristiani si affermarono e seppellirono parte della saggezza antica, dando inizio, nello stesso tempo, a una nuova fase del pensiero umano.

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