“Respira ancora la cicatrice delle case, /il busto greve eretto nella tregua/La tengo bilanciata tra le mani/….Ora mi tocca escogitare una rinascita/ora che i morti parlano/ e il tenero frumento preso in prestito dai vivi/non sa di gioia spaccata/ma circola con un agire fondativo/nelle vene”. Monia Gaita, poetessa di Montefredane, non dimentica il tragico destino delle vittime del sisma dell’80, dei paesi lacerati e feriti a morte nella sua ultima raccolta “Non ho mai finto”, La Vita felice, in cui è costante il confronto tra il sè e il mondo esterno. L’autrice conferma la sua capacità di andare al di là della superficie, di esplorare trama interiore e realtà materiale. L’itinerario individuale diventa simbolo di un destino universale, come quello di chi è costretto a lasciare la propria terra, di chi non vede alternativa che abbandonare le radici per continuare a vivere ma al tempo stesso non riesce a staccarsi da quelle radici “Sono partita, ma non dimentico l’Irpinia/Resto ancorata all’utero dei campi/covo la prole delle spighe, la proteggo fino al millimetro finale della schiusa/L’Irpinia mastica i suoi figli e li sospinge/dove si ingrossano gli ovari della nebbia/ e il traffico del centro/s’attacca con l’uncino dei rumori sulla pelle”. La stanchezza di chi fa fatica a fare i conti con la complessità dell’esistenza e la sua imprevedibilità pervade le sue pagine “Il pieno ha cessato di essere per me/che esploro la cripta di tutti i sogni morti/ e rimanenti….Io sono stanca di vivere/di generare agguati, fulmini e tempeste/Voglio dormire per sempre/prendermi un turno di riposo. Sono stanca”. Tanti gli addii che costellano ogni percorso “Un’altra spaccatura carsica del cuore/ a farmi estranea e inconcludente/anche a me stessa./Ti ho tenuto la mano fredda e cedevole/ accompagnandoti a un ignoto/d’esistenza-inesistenza, non so dire/Non ho capito di quale stirpe fosse/il buio che ci attendeva”. O ancora “La gioia è ridotta a due cespugli radi. Ora che ho chiuso ogni rapporto col tuo cuore/l’avvilimento erutta la sua lava/si solidifica in inverni senza protezione”. Gaita ci ricorda quanto la vita chi chieda ogni volta di reinventarci e ci metta alla prova “Ci tocca sistemare/alcune tegole fuori posto/rimpatriare i danni/incunearci in un ulivo d’abitabile”. La consapevolezza è quella di dover ripartire sempre, senza neppure avere il tempo di rifiatare “Sono di nuovo nella polvere/ a pedinare il buio/sfiancata alla linea del traguardo”. Ed è ancora una volta è come se il suo dolore incontrasse quello di una terra, come se il suo destino coincidesse con quello di una comunità “Oggi guardo la morte del mio Sud/col sudore del tedio che rovista il coraggio/ a palmo a palmo/Oggi tutto sa di ingiuria e insufficienza/ E io non so infoltire nell’ardore che corrusca tra i castagni/Ho solo convocato qualche voce dal consiglio dei secoli/Ma la desolazione non passa/non passa la bestia che ci spinge alla deriva”. Gaita consegna il suo sguardo sul mondo, attraverso uno stile assolutamente personale, conservando una forte attenzione al linguaggio attraverso mescolanze ibride in cui un vocabolario specialistico si affianca a quello di uso comune. Ed è come se la lingua, piegata fino a rivelare appieno la sua polisemia, diventasse strumento ancora più potente ed efficace per raccontare ciò che altrimenti non si potrebbe dire.
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