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Perdonare un tradimento è meglio (di Monia Gaita)

Nella coppia quasi sempre il tradimento produce uno squarcio letale.

Perché si tradisce?

La verità è che dimentichiamo che non siamo impastati di fissità, che siamo esseri in continuo divenire, che può capitare anche all’amore più saldo di entrare in una fase di crepuscolo, guardarsi allo specchio scorgendosi diverso.

Può capitare anche all’amore più saldo di cedere alla vertigine di un incontro—per noia o voglia di conferme—di accarezzare con la punta delle dita la grazia di una nuova conoscenza.

Tutti vorremmo il “per sempre”, a tutti sta a cuore la parola “all’infinito”, ma ci sfugge un dettaglio non irrilevante: noi non siamo impressi solo di infinito, di certezze, definitività e coesione; ci insidia anche la materia organica e deperibile del transitorio, siamo la fertile progenie di una doppia urgenza: quella del corpo e degli istinti da un lato, quella della ragione e del dominio degli impulsi dall’altro.

Se non guardassimo all’uomo da questo spiraglio della mente, da questa feritoia argomentativa, difficilmente ne capiremmo le svolte brusche e all’apparenza un po’ vigliacche.

Vivere in coppia assesta più di una zampata alla nostra libertà, scandisce il sopravvento di un regime di doveri volto ad impermeabilizzarci da ogni pioggia di stimoli e sollecitazioni.

Una sfocatura della libertà.

Uno slittamento della libertà da libertà assoluta a libertà relativa, da libertà sconfinata a libertà recintata: se hai un fidanzato, un compagno, un marito c’è una rete di recinzione che non puoi scavalcare.

L’armonia di coppia viaggia di pari passo con la contrazione degli spazi individuali: veniamo sfrattati da alcune aree, tronchiamo di netto il cordone ombelicale che ci lega al polisensoriale regno del desiderio e del piacere.

Ma è anche vero che vivere in coppia non equivale a vivere in prigione.

Censurare o condannare il tradimento postula un’intransigenza che confligge con l’aporia della libertà.

Essere liberi coincide anche col rimanere liberi nelle emozioni, nel percepire i luoghi e gli elementi attorno, nell’avvertire un picco di meraviglia, fascinazione o tenerezza parlando con qualcuno.

Né si può ignorare che il tradimento, una volta scoperto, rischia di sfasciare il patto oneroso  e magnifico di “amore eterno” che i due innamorati hanno giurato di non infrangere.

Allora come fare? Qual è la soluzione?

Per i traditori incalliti da nastro trasportatore senza remissione e per quelli occasionali, non c’è rimedio più efficace di una sana, salvifica bugia.

Diventare ministri di finzione e sotterfugi, statisti di scaltrezza, strateghi di clandestinità è la necessaria scorciatoia per non ferire l’altro.

Oppure, come la politica di tolleranza religiosa ammette il pluralismo confessionale, dovremmo essere così progrediti e aperti nel concetto di libertà, da ammettere un sistema di “pluralismo sentimentale”.

Ovvio, sarebbe impossibile: soltanto uno su diecimila accetterebbe.

Ma riflettendo più a fondo si deduce che l’amore non è unicamente un vincolo di fedeltà.

È un progetto di vita comune, è amicizia, complicità, sostegno, comprensione, gioia, convergere verso gli stessi scopi.

E non dimentichiamo che il tradimento non è il difetto peggiore.

Chi perdona il tradimento non ha le corna, ma una grande audacia intellettuale: scavalca un naufragio e passa oltre, congeda la vendetta, plasma l’argilla del rancore facendone coraggio e ripartenza.

Perdonare un tradimento è fare la pace con gli errori propri e quelli altrui, conoscere l’algebra delle nostre fragilità e dei nostri limiti, decidere di non decapitarli —sappiamo bene che sarebbe inutile— i limiti hanno frequenti recidive e inevitabili recrudescenze, a quelli vecchi che credevi morti, ne sopraggiungono di nuovi.

Guardare con un sorriso amaramente divertito al tradimento non è sindrome di stupidità, ma saggezza di capire che la libertà è un vizio di antiche radici e che la perfezione, purtroppo o per fortuna, non ci appartiene.

Monia Gaita

 

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