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Le recenti polemiche suscitate dalle dichiarazioni di mons. Nunzio Galantino – segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana – in merito alla situazione generale del Paese e in particolare con riferimento all’ultima sentenza della Corte Costituzionale, meritano qualche sereno approfondimento all’interno di un dibattito politico e culturale dai toni sempre più aspri e personalistici. Probabilmente i fautori delle analisi più critiche – anche autorevoli opinionisti di testate nazionali – non sono concordi nell’inquadrare i pronunciamenti autorevoli dell’episcopato italiano nell’alveo complessivo e rivoluzionario del nuovo umanesimo sociale di Papa Francesco che ha cancellato i confini stereotipati tra fede e politica e ha delineato, senza i vecchi orpelli terminologici, la visione di una "Chiesa in uscita" e quella di una "Chiesa ospedale da campo". Basterebbe un doveroso sforzo di approfondimento di queste due visioni di Chiesa – e di tante altre significative, ma comunque tutte convergenti sulla necessità di concorrere a costruire una Chiesa come popolo di Dio in cammino, con le proprie sofferenze e le non poche ferite umane, economiche e sociali – per convenire che le affermazioni di Mons. Galantino "Non è normale un Paese, dove sia la magistratura a dettare tempi e modi all’amministrazione. Significa che la politica non ha fatto il proprio mestiere" non solo sono vere, ma sono da apprezzare perché fuori dal coro della deleteria partitocrazia e, diciamolo con franchezza, fuori dai canali di comunicazione non sempre autonomi nei giudizi o nel cogliere il significato autentico delle dichiarazioni collegate agli avvenimenti importanti che segnano la vita attuale della nostra comunità nazionale. Allora la configurazione di una Chiesa che parla, che incarna nei fatti e nelle azioni concrete una concordanza credibile con i suoi pronunciamenti, che dice con chiarezza le cose che non vanno – anche quelle scandalose che avvengono nel suo interno – che invita il popolo di Dio sofferente a superare le paure e recuperare la speranza, non ha più storicamente bisogno di scegliere pulpiti opportuni o sbagliati, anche perché con la riforma conciliare i pulpiti posti in alto rispetto all’assemblea dei credenti sono stati aboliti. Come riscontro concreto a questa stupenda e necessaria visione ecclesiale attualmente le nostre comunità, locali, regionali e nazionali, hanno estremamente bisogno della presenza e di un ruolo dei cattolici, come insediamento culturale, come animazione sociale e come proposta politica: spesso il lavoro del laicato cattolico associato, quello delle parrocchie, degli oratori, delle tante concrete attività di assistenza e promozione sociale non fa notizia, ma è veramente consistente. È da ammettere, invece – a fronte di chi è ancora sulla linea di confine tra fede e politica – che negli anni più recenti in ambito ecclesiale l’interesse per la politica, intesa come il più nobile servizio sociale, è stato insufficiente per evitare, come era doveroso fare, l’avvento della deriva populistica che caratterizza la confusa e preoccupante situazione generale del Paese. La fragilità radicale delle istituzioni democratiche, la triste incapacità di autorinnovarsi dei partiti e la conseguente impossibilità di darsi provvedimenti legislativi basilari come la legge elettorale, hanno bisogno di visioni culturali e politiche ampie e inclusive. La sincera ricerca di contributi validi e progettuali per una credibile pista di rinnovamento complessivo non può essere offuscata dalla concezione di anacronistiche postazioni – culturali, confessionali o ideologiche – superate dalla storia e dagli sconvolgimenti globali di una comunità in affannosa ricerca di futuro e non di muri.
edito dal Quotidiano del Sud

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