di Virgilio Iandiorio
Il Segretario di Stato USA, Marco Rubio, il 7 ottobre scorso ha partecipato all’incontro tra Stati Uniti e Grecia, in tema di cooperazione bilaterale, per la difesa e la sicurezza nel Mediterraneo orientale. Nel suo intervento non si è risparmiato nel lodare l’antica civiltà greca, che è all’origine di quella occidentale.
“Atene -ha detto Marco Rubio– ci ha dato la democrazia. Platone e Aristotele ci hanno dato la filosofia occidentale. Le nostre idee di legge, di virtù, di cittadinanza e di governo repubblicano si sono formate nelle città-stato greche”. Con l’Acropoli sullo sfondo, il Segretario di Stato americano ha cercato nell’antichità il rimedio al declino europeo, che il suo presidente Trump non tralascia occasione di censurare.
Ma la Grecia, da cui ci vantiamo di aver ereditato civiltà, è quella che descrive Pericle nel suo discorso di commemorazione dei caduti ateniesi nel primo anno della guerra del Peloponneso (431-403 A. C.), tra Atene e Sparta. Molto diversa da quella che in mente sua ha il Segretario di Stato e company.
«Fu questo il discorso di Pericle: Il nostro ordine politico non si modella sulle costituzioni straniere. Siamo noi d’esempio ad altri, piuttosto che imitatori. E il nome che gli conviene è democrazia, governo nel pugno non di pochi, ma della cerchia più ampia di cittadini: vige anzi per tutti, da una parte, di fronte alle leggi, l’assoluta equità di diritti nelle vicende dell’esistenza privata; ma dall’altra si costituisce una scala di valori fondata sulla stima che ciascuno sa suscitarsi intorno, per cui, eccellendo in un determinato campo, può conseguire un incarico pubblico, in virtù delle sue capacità reali, più che nell’appartenenza a questa o a quella fazione politica. Di contro, se si considera il caso di un cittadino povero, ma capace di operare un ufficio utile allo Stato, non gli sarà d’impedimento la modestia della sua condizione.
Nella nostra città, non solo le relazioni pubbliche s’intessono in libertà e scioltezza, ma anche riguardo a quel clima di guardinga, ombrosa diffidenza che di solito impronta i comuni e quotidiani rapporti, non si va in collera con il vicino, se fa un gesto un po’ a suo talento, e non lo si annoia con visi duri, sguardi lividi, che senza voler esser un castigo, riescono pur sempre molesti. La tollerante urbanità che ispira i contatti tra persona e persona diviene, nella sfera della vita pubblica, condotta di rigorosa aderenza alle norme civili dettata da un profondo, devoto rispetto: seguiamo le autorità di volta in volta al governo, ma principalmente le leggi e più tra esse quante tutelano le vittime dell’ingiustizia e quelle che, sebbene non scritte, sanciscono per chi le oltraggia un’indiscutibile condanna: il disonore…
Amiamo la bellezza, ma con limpido equilibrio coltiviamo il pensiero, ma senza languori. Investiamo l’oro in imprese attive, senza futili vanti. Non è vergogna, da noi, rivelare la propria povertà: piuttosto non saperla vincere, operando. In ogni cittadino non si distingue la cura degli affari politici da quella dei domestici e privati problemi, ed è viva in tutti la capacità di adempiere egregiamente agli incarichi pubblici, qualunque sia per natura la consueta mansione…Per noi la nobiltà di spirito riveste un senso opposto all’interpretazione corrente: ci procuriamo le amicizie operando, non ricevendo benefici. L’autore di un beneficio mantiene più ferma la sua amicizia, in modo da custodire, come un pegno, la gratitudine, colma di simpatia del beneficato: chi rende un favore è più tiepido, poiché comprende che il suo ricambiare non è uno spontaneo atto di benevolenza, ma un debito assoluto. E soli offriamo altrui il nostro aiuto, non ponderando l’utile che ne potremo trarre, ma spinti dalla franca fiducia nel nostro spirito libero. (Tucidide, La guerra del Peloponneso, lib. II, 37,40 Edizione Acrobat a cura di Patrizio Sanasi).

