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C’è qualcosa di non detto dietro l’ottimismo di facciata esibito dai principali soci di governo dopo le elezioni regionali di settembre. Se il segretario del Pd Nicola Zingaretti, vincitore della partita amministrativa, ha sentito la necessità di ricordare al partner pentastellato che “si governa tra alleati e non tra avversari”, vuol dire che di un chiarimento c’è bisogno per andare avanti speditamente, visto che gli appuntamenti a rischio non mancano. E se, a stretto giro, il capogruppo dei Cinque Stelle alla Camera Davide Crippa ammonisce che “qualsiasi cosa si voglia fare, si deve passare da noi”, non è per ricordare banalmente che i suoi sono maggioranza relativa nelle Camere, ma forse anche per piantare più di una bandierina sulle leggi che i democratici vorrebbero modificare o proporre, e ancor più per mettere una pesante ipoteca sul futuro. E per futuro si intende fondi europei, sistema di voto, riforma del parlamento, emergenza sanitaria, bilancio del prossimo anno. A questo punto, la richiesta di una verifica di maggioranza diventa un passo obbligato, anche se sa tanto di prima repubblica; e infatti il segretario del Pd non teme di pronunciare la formula proibita.

Insomma: poiché di crisi non si può parlare, e tanto meno di elezioni anticipate, resta da riempire di contenuti la mappa che ci porterà alla fine naturale della legislatura, nella primavera del 2023. L’orizzonte è lontano, ma prima viene lo spartiacque dell’elezione del successore di Mattarella al Quirinale (sarà poi il prescelto a mandare a casa gli attuali 945 eletti per dare attuazione al taglio di un terzo già deciso). Logica vorrebbe che le la maggioranza cogliesse l’occasione per una messa a punto programmatica, un accordo complessivo in vista di una ripartenza. Invece l’impressione è che ognuno vada ancora per conto suo. I democratici avanzano le priorità di sempre, che detto in soldoni significa archiviazione dell’eredità del Conte uno (decreti sicurezza, quota cento reddito di cittadinanza) da sostituire con ius soli, incentivi per l’occupazione, revisione delle aliquote e sgravi fiscali sul lavoro, Mes, aggiornamento del welfare. I Cinque Stelle resistono ad ogni proposta innovativa, e si capisce: la pesante sconfitta alle regionali, non mitigata dal successo nel referendum, li ha precipitati in una crisi profonda, crisi di leadership ma anche di identità. La prima tappa del percorso verso gli Stati generali (un congresso che non si ha il coraggio di chiamare con il suo nome) si è risolta in una sterile seduta di analisi collettiva, che non esclude una scissione, ora minacciata da Alessandro Di Battista. Nell’universo in disfacimento dei seguaci di Beppe Grillo, l’unica figura in grado di condurre la truppa residua verso un plausibile traguardo è ancora Luigi Di Maio, che però non potrà più, come un tempo, assommare in sé il ruolo di capo politico e di frontman nel governo. I suoi successori –il reggente Vito Crimi e Alfonso Bonafede capo delegazione nell’esecutivo –hanno dimostrato la propria inadeguatezza; ma il mazzo non offre altre carte da giocare. E poi c’è il presidente del Consiglio, che resta un punto fermo istituzionale ma sempre più debole politicamente. Il dopo elezioni gli sta precludendo la possibilità, fino a ieri sperimentata con successo, di appoggiarsi ora all’uno ora all’alto degli alleati. Dovrebbe scegliere una volta per tutte con chi stare ma, non potendo contare su una consistente base parlamentare, si trova a sua volta in difficoltà. Prima o poi dovrà scegliere-

Di Guido Bossa

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