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Ci mancava il coronavirus per accrescere le difficoltà del governo Conte, come se le grane che avesse fossero poche. Il dover fronteggiare un’emergenza sanitaria straordinaria e dagli sviluppi imprevedibili meriterebbe un armistizio della guerriglia in corso dei due Matteo contro Conte e una compattezza e unione tra tutte le forze politiche, di maggioranza e di opposizione, che è condizione prioritaria per superare, tutti insieme e senza diffondere paure ed allarmismi, il momento critico che stiamo attraversando. Speriamo che lo capisca Salvini che avrebbe fatto meglio a stare zitto invece dire che bisognava blindare i confini. Gli fanno eco i giornali delle destre (Libero chiede addirittura le dimissioni immediate di Speranza e titola in prima pagina “Strage di Stato”. Non fanno di meno Il Giornale di Sallusti e la verità di Belpietro. Tanto più che i contagiati e i due morti sono nel Lombardo Veneto, due regioni fiore all’occhiello della Lega in fatto di sanità! Il presidente Mattarella giustamente parla di “Sciacallaggio delle destre”.

L’altro Matteo –il Renzi- dovrebbe finalmente abbandonare il suo attivismo distruttivo inteso alle dimissioni di Conte, opponendosi su tutto, disertando il CDM, non presentandosi ai vertici e votando più volte in Parlamento con le opposizioni. Nella prima repubblica il governo, in queste condizioni, si sarebbe già dimesso. Conte, invece, non si dimette perché non ci sono altre soluzioni e perché nessun partito, salvo la Lega, vuole andare ad elezioni. Ma il pericolo è dietro l’angolo e ci può sempre scappare l’imprevisto, senza considerare che in questa situazione lo stallo è completo e totale. Si tira a campare pur di non tirare le cuoia.

Che fare?

Bisognerebbe ignorare completamente Renzi, sfidandolo, col porre il voto di fiducia su tutti i provvedimenti oppure farlo diventare ininfluente allargando la maggioranza con i voti dei così detti “responsabili”, che qualcuno chiama coraggiosi, ma che l’opposizione e i giornali di riferimento qualificano venduti e voltagabbana paragonandoli agli storici Di Gregorio, Razzi e Scilipoti, assoldati da Berlusconi non in modo gratuito. Non si tratta di compravendita o di far cambiare casacca dietro ricompensa, ma di accettare, specie in un momento così delicato come questo, l’aiuto di quei parlamentari che hanno da tempo lasciato il M5S  e di quelli di Forza Italia che non ci tengono affatto a finire leghisti, come Paolo Romani, Renata Polverini e, perché no, della stessa Carfagna quando si convincerà che il suo Berlusconi, pur di garantirsi una difesa delle sue aziende, venderebbe l’anima al diavolo e quindi anche a Salvini. I cinque stelle sono contrari, e si capisce, ma non possono, né ne hanno il diritto, di opporsi specie se sarà lo stesso Premier Conte – come si auspica da più parti- a farsi promotore e capeggiando una propria lista ancorata al centro e nell’ottica di un’alleanza con il PD, che possa riunire moderati, cattolici e popolari.

L’on. Gianfranco Rotondi, da sempre difensore di una Democrazia Cristiana, che si comincia a rivalutata, sostiene che: “Un gruppo di responsabili nemmeno serve, Sui temi già dialoghiamo con la maggioranza. Poi è chiaro che tutti quelli che di noi non vogliono morire salvinian-meloniani guardano già da tempo a Conte come aggregatore di un centro moderato, cattolico, popolare. Un centro in cui il competitor del Premier è Renzi.” (“Fatto quotidiano” del 20.02.20). L’analisi di Rotondi è giusta e il parlamentare mira da sempre a riunificare le forze dell’ex UDC di Cesa e dei nostalgici democristiani e popolari, per ritrovare i vecchi valori della solidarietà e del lavoro alla luce della dottrina sociale della Chiesa e dell’apostolato di Papa Francesco, che faccia argine ad un così palese scadimento ed imbarbarimento della politica. Un nuovo centro, dopo il fallimento del M5S e l’appassimento delle Sardine, può offrire uno spiraglio di speranza, ridare un senso nobile alla politica e salvare il Paese dal sovranismo e populismo della peggiore desta. Renzi vada per la sua strada, che si sta dimostrando un vicolo senza uscita, alla fine del quale si infrangerà la sua guasconeria.

di Nino Lanzetta

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