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Il diritto di coltivare la speranza

La vastissima eco scaturita dalle parole di Papa Francesco, pronunciate nel corso dell’omelia pasquale, nella basilica di San Pietro deserta, merita non poche considerazioni, dalle postazioni più modeste – come la mia – a quelle più rilevanti, come quelle degli influenti statisti del mondo.

“Abbiamo diritto alla speranza” ha sottolineato Papa Francesco, ammonendo che questo diritto non è stato mai in vendita, anche nei tempi più bui della storia umana, tantomeno è in vendita nell’attuale tempesta globale che ha spazzato via consolidate certezze e diffusi deliri di onnipotenza. La speranza non è in vendita perché è una categoria dello spirito, è lo spirito è un fuoco perenne che nessuno riesce a spegnere.

Questo diritto non è un banale augurio che il futuro atteso sarà più roseo e senza sforzi da compiere, si alimenta nella consapevolezza che quello che ci attende ha bisogno di un paziente e significativo sforzo di ricostruzione “a misura d’uomo”, come amava sottolineare Adriano Olivetti.

L’immediato futuro che ci attende ha necessariamente bisogno proprio dell’attualissima lezione di Olivetti. La speranza di futuro che l’umanità intera dovrà mettere in campo parte dalla convinzione diffusa che, attualmente, la tecnica è nuda, senza volontà progettuale del quotidiano, autonoma nei tempi e nei modi suoi propri senza cogliere l’umano  e la vitalità planetaria di cui avvertiamo, paurosamente, bisogno.

È nuda  anche la finanza sorretta dalla stessa tecnica; è nuda anche la politica soggiogata dalla finanza e dagli egoismi di pochi.

Da parecchi anni abbiamo parlato di globalizzazione ed adesso non riusciamo ad ammettere che la vera globalizzazione la sta attuando il coronavirus: negli ultimi decenni non si è mai registrata tanta solidarietà e tanta volontà di cooperare, senza egoismo e riserve mentali, per la costruzione del bene comune.

Cresce quotidianamente – a fronte delle incertezze terapeutiche urgenti e necessarie – il convincimento del declino di onnipotenza della tecnica, che prefigurava un mondo affidato ai robot, all’intelligenza artificiale, alla fantomatica crescita economica sganciata dai posti di lavoro.

La pandemia che sta flagellando il pianeta ci fa accorgere che questi ragionamenti ci sembrano un’incredibile ingenuità che ci fa riscoprire i nostri limiti, compresi quelli della tecnica.

La nostra futura e ragionevole speranza pone al centro del necessario sforzo che la sostiene l’iniziativa umana, paziente e convergente verso interessi comuni. È questa riscoperta globale che ci fa comprendere la nuova e più umana comunità.

Il futuro e la speranza a cui abbiamo diritto, secondo le parole profetiche di Papa Francesco, è quello che la genialità imprenditoriale di Olivetti faceva coincidere con il famoso “ordine politico delle comunità”.

La solitudine di questo periodo storico – per i piccoli e per i grandi del mondo – ci offre paradossalmente la strada maestra per riflettere, progettare e convertirci toccando con mano l’importanza della vita interiore.

La solitudine non ci dovrà indurre a chiuderci in noi stessi, ma al contrario, è la premessa indispensabile per l’incontro con l’altro.

Il reiterato e diffuso appello attuale per salvarci tutti insieme, parte dal convincimento che nessuno si salva da solo e lo stesso profetizzato diritto alla speranza alimenta tale convincimento e rafforza lo sforzo comune per esercitarlo concretamente, come comunità in cammino sui sentieri del pianeta.

di Gerardo Salvatore

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