di Virgilio Iandiorio
Ogni anno il 25 aprile è festa grande a Manocalzati in onore del patrono San Marco Evangelista, che ha dato anche il nome alla Parrocchia fondata nel 1572. L’organizzazione della festa è affidata a un comitato di volenterosi che si rinnova annualmente. Questa volta il gruppo di “masti e festa” è formato da giovanissimi manocalzatesi, di ambo i sessi, che si stanno dedicando con passione al compito assunto.
Nel mese di novembre 1984, mons. Nicola Gambimo, allora parroco di Candida e vicario della diocesi di Avellino, tenne una conferenza nella sede della Pro-loco di Manocalzati su “Il commercio dei prodotti artigianali nei tempi antichi”. E in conclusione della sua esposizione volle “riferire di un contratto stipulato tra l’Università [comune] di Manocalzati e un artigiano, esperto di lavorazione di metalli, per rifondere la campana grande della chiesa parrocchiale che si era rotta. Per tale genere di lavoro si preferiva sempre di eseguirlo sul posto per un duplice motivo. Il trasporto su carro per vie sconnesse era rischioso poiché il manufatto poteva rompersi, ma soprattutto perché il lavoro fatto in paese risultava più economico per le prestazioni gratuite di materiali e di manodopera”. E concludeva mons. Gambino:” Ecco sommariamente il contenuto dell’atto che dopo leggerò per intero. Paolo de Aytoro, notaio di Candida, rogò l’atto a Candida il 7 settembre 1664. I contraenti erano il sindico si Manocalzati Antonio Rosato, nella qualità di rappresentante dell’Università, che con pubblico Parlamento [assemblea dei cittadini in cui si trattavano affari pubblici] lo aveva autorizzato a stipulare il contratto e mastro Giuseppe Pepe, di Nocera dei Pagani, fonditore di campane”.
Il sindaco di Manocalzati, Antonio Rosato, era accompagnato solo dal primo eletto Natale de Sanctis, risultando assente alla stipula dell’atto il secondo eletto Camillo dello Mastro. Il sindaco si impegnava a pagare cinquanta ducati, in tre tranche entro il mese di dicembre dell’anno 1644, cioè al termine del lavoro di fusione e di collocazione della campana sul campanile. Si impegnava inoltre “di consegnarli (a mastro Giuseppe Pepe) tutte quelle legna che bisognerando per colare il metallo per fare la fornace e a proprie spese dell’Università con provederlo ancora di creta, tavoli e stanza dove detto mastro et dui suoi discepoli haverando da habitare durante la fatiga e lavoro di detta rifettione, una con lo letto et dui barrili di vino et tutte altre spese cossì di vitto per detto Mastro e suoi discepoli, come di ferro filato, pilo caprino, azzimatura (materiale per la ripulitura), spago, fune ed altro che servirà in detta nova rifettione e rinovatione di campana…Mastro Giuseppe versa vice s’obliga di rifare et rinnovare detta campana…Et intorno detta campana detto Mastro Giuseppe habbia da imprimere tutte quelle lettere scritti e figure che dalli predetti magnifici del Governo di detta Università le sarando consignate et non altremente né d’altro modo”.
Tanto interesse dei cittadini di Manocalzati per la campana era dettato anche dal fatto che in passato, ma l’usanza è viva ancora oggi, le ore della giornata, che interessavano maggiormente la comunità, (mattutino, mezzogiorno e approssimarsi della sera) erano scandite dal suono della campana della chiesa Parrocchiale. Le ore si contavano secondo la scansione così detta all’italiana: la giornata di 24 ore era suddivisa in quattro periodi. Il nuovo giorno iniziava all’imbrunire. E il primo quarto durava fino alla mezzanotte; il secondo quarto andava dalla mezzanotte alle 6 del mattino, il terzo quarto durava fino al mezzogiorno; l’ultimo quarto chiudeva la giornata al tramonto del sole. Ancora oggi a Manocalzati la campana annuncia con 6 colpi di batacchio il mattutino, con 12 rintocchi il mezzodì, e nel primo pomeriggio la ventunesima ora con altrettanti rintocchi. In passato quest’ultima frazione di tempo (la ventunesima ora) indicava che la giornata stava per concludersi, e i lavoratori nei campi potevano cominciare a raccogliere le loro cose e fare ritorno a casa. Per le ricorrenze più significative, come le processioni la campana aveva rintocchi prolungati e festosi, con rintocchi lenti e tristi annunciava la morte delle persone, mentre con rintocchi rapidi i pericoli incombenti.
“Ogni campana ha una voce diversa – concludeva la sua relazione mons. Gambino-, come la gente del paese. Perché non dovrei dire che sentendo suonare a festa quella campana mi par di ascoltare la voce della mia gente?”.


