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Di Monia Gaita

L’Irpinia ha visto compiersi una sfasatura tra ciò che eravamo prima del terremoto del 1980 e ciò che siamo diventati dopo. Fummo scaraventati dal sisma nei boccaporti della modernità e sprofondammo in un cratere, il cratere che cancellò il passato lasciando che i fiammiferi delle radici e della storia bruciassero, ridotti in cenere di dimenticanza. Oggi prendiamo coscienza che il tracciato di civiltà dei nostri paesi venne tradito, ucciso, ingannato dagli speculatori, dai politicanti beceri, da chi pensò di colonizzare con profitto pure le rovine. Ma oggi quell’identità rifulge come un tesoro segreto, scintilla come una stella cometa. È l’orma di un’esistenza che non vuole essere abolita e che sussulta dalle scale antiche sepolte dal cemento, dagli affreschi sacri coperti di vernice, dai tanti scempi urbanistici che travolsero, alterandola per sempre, la fisionomia dei luoghi. Che ne è dei nostri paesi?

Che cosa desiderano davvero? Desiderano recuperare i diamanti persi. Si dice che ciò che si perde si perde per sempre. Non è sempre vero. Basta recuperare amore, amore per la materia e per il tempo, amore per la natura, per gli alberi, per le strade, per l’aria, per i campi. Basta recuperare, con un’operazione di salvataggio, il genoma di quell’osso che ci fa unici e diversi, che non ci rende filometropolitani per moda e che sarebbe scellerato trasformare in qualcos’altro. I paesi devono eroicamente difendere i paesi, risorgere senza abiurare alla casacca, anche dopo un crollo.

Per i terremotati dell’Irpinia

Attendo l’ora

Fischiano i polmoni delle case,

ne premo con la punta delle dita

gli alveoli sovvertiti.

 

Fa male guardare il vuoto indefinito

alle ringhiere,

scioglierlo lentamente sulla lingua

come un bacio.

 

Il nido dell’infanzia è divorato,

scorge da un gomito del monte una frontiera,

spartisce l’acqua del deluso coi noccioli.

 

E nella polveriera

pronta a esplodere del giorno

si traveste,

supplica così tanto da perdere la voce.

 

E camminiamo scalzi,

le bocche sgretolate dalla bruma

di ciò che non sappiamo,

che scarica alla cieca la sua furia,

che fa dei passi un peso liquefatto.

 

E attendo l’ora

che guarirà le ulcere alle mani,

che accenderà le stelle a led nelle cucine.

 

Attendo l’ora

e la fisionomia di quanti

non posso più chiamare con un nome.

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