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Arminio, i paesi e il Sud di Papaleo, “Un mondo scordato” dove l’unico orizzonte è l’assenza

E’ l’occasione per una riflessione sui paesi la lettera inviata da Franco Arminio a Rocco Scotellaro a proposito del suo film “Scordato”, in cui il protagonista è costretto a tornare nel paese lucano in cui è cresciuto. Un ritorno che gli consente di rivolvere ferite e lacerazioni mai sanate.
“Hai fatto un film – scrive Arminio – sulla malinconia, sulle vite che s’inceppano, sulle cose che non si compiono. Il protagonista Bevilacqua mi ha fatto pensare a Bartleby lo scrivano, letto nella traduzione di Gianni Celati. E tu sei mio amico caro come lo era Gianni, anche lui compagno di strada della malinconia. Bartleby ad ogni proposta rispondeva sempre: preferirei di no. Ed è un po’ la risposta che Lauria dà a Bevilacqua quando scende in strada per dire il suo entusiasmo per Matera capitale della cultura. Il paese risponde con indifferenza, ma non è una risposta collettiva, risponde uno alla volta. Non ci sono scene di massa in questo film, non potevano esserci. E per raccontare il tuo paese, i nostri paesi, non hai bisogno di entrare in un bar, di inquadrare i vitelloni postumi della piazza. Oggi al Sud un film come i Basilischi non si potrebbe fare. E giustamente non hai provato a farlo. L’unico personaggio che parla della Lucania di oggi pure lui non compie il suo gesto, ti dà un passaggio ma poi ti fa scendere, non ti porta al paese. E Bevilacqua-Bartleby le uniche due volte che si erge, che prova a dirla tutta, cade rovinosamente, come se il destino di questi luoghi e delle persone di questi luoghi fossero condannati a una dolente apatia, a una rassegnazione senza desideri”
“Nel film – prosegue Arminio – il pezzo di costa tra Sapri e Maratea appare per quello che è: uno dei pezzi di costa più belli del mondo. E giustamente lo hai filmato per quello che è in gran parte dell’anno, poco trafficato, perché dietro questi luoghi c’è il vuoto con cui dobbiamo fare i conti. Alla fine del film ho pensato a un mio passaggio invernale a Gallicchio. Dovevamo fare una serata con Livio e Manfredi. Mentre loro sistemavano quello che serve per suonare mi sono fatto un giro: una domenica d’inverno freddissima e dolente: credo che sia cominciata lì la malattia che mi ha portato una settimana dopo in ospedale. Gallicchio mi è sembrato il centro dell’assenza: all’inizio nella sala non c’era quasi nessuno, poi, poco alla volta, un po’ di persone sono arrivate. E sono state benissimo e alla fine ci hanno chiesto di tornare in estate, come se volessero farci vedere il paese più festoso, come se questa fosse una battaglia e ad agosto arrivano i rinforzi. Ma ad agosto arriva anche l’abbaglio, il paese si traveste da villaggio turistico, il cantiere della sfiducia viene nascosto da villeggianti che spesso fanno vacanza a carico di chi li accoglie”.
Per ribadire come la pellicola di Papaleo racconti tutti i paesi “Il tuo film è bellissimo perché non riguarda solo la Lucania, l’assenza oggi è l’orizzonte e l’essenza di ogni luogo. Quello che altrove funziona è qualche forma di travestimento: può essere il salone del libro o lo scudetto, può essere qualsiasi cosa, ma tu hai toccato il cuore della nostra solitudine di massa, ossimoro di un mondo tutto proteso a dirsi e ormai sempre più incapace di darsi. Nel film l’unica persona che porta fino in fondo le sue scelte è la sorella di Bevilacqua, lei che protesta per il murales di Scotellaro messo in un luogo nascosto. E se tu fai vedere i politici del passato, non hai bisogno di far vedere quelli di adesso. Bevilacqua è andato a vivere a Salerno, ma non ha avuto il “posto”, non ha partecipato all’emigrazione nelle nostre piccole città, l’emigrazione di chi ha svuotato la vita dei paesi senza riempire la propria. Il tuo film non propone ritorni, anche in questo è felicemente incompiuto, non propone una soluzione a Sud, nel piccolo, nel nascosto, non la propone perché non c’è, come non c’è altrove. Si tratta di abitare questo purgatorio sapendo che non saremo ringraziati per le nostre innocenze o condannati per le nostre colpe. È un mondo “scordato”, nel doppio senso di non accordato con niente e con nessuno e nel senso di dimesso, come se fosse già morto, già dimenticato”.

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