Da Antico Castello, a San Mango sul Calore, il vino torna a essere esperienza condivisa e racconto popolare. La nuova generazione di vigneron irpine punta su accoglienza, enoturismo e identità culturale per rilanciare il territorio.
In Irpinia il vino non è più soltanto produzione, disciplinari e riconoscimenti. Sempre più spesso diventa linguaggio culturale, esperienza collettiva e strumento di racconto del territorio. E a guidare questa trasformazione, oggi, sono soprattutto giovani donne che stanno cambiando il modo di vivere la cantina, il turismo del vino e il rapporto con il pubblico.
Non è un caso se proprio durante “Cantine Aperte”, l’evento simbolo del Movimento Turismo del Vino in programma il 30 e 31 maggio in tutta Italia, emerga con forza questa nuova visione dell’enoturismo contemporaneo: meno degustazione tecnica e più relazione, meno distanza e più condivisione.
Tra le realtà protagoniste dell’edizione 2026 c’è Antico Castello, cantina guidata da Chiara e Francesco Romano, che ha scelto di aprire le proprie porte con un’idea precisa: abbattere i formalismi e riportare il vino alla sua funzione più autentica, quella di unire le persone. «Vogliamo mostrarci per quello che siamo, svelando la nostra quotidianità», racconta Chiara. «Il nostro obiettivo è offrire un’esperienza autentica in cui il vino torna a svolgere il suo ruolo più naturale e nobile: unire le persone attorno a un tavolo, tra una risata e un buon piatto». Una visione che si traduce anche nel format della giornata: visite guidate nei vigneti e in cantina ogni ora, degustazioni informali, musica dal vivo e un grande barbecue all’aperto con le – Carni Irpine di Mario Laurino –. start ore 12.00. Nessuna distanza tra produttore e visitatore, nessun linguaggio costruito per pochi esperti. Solo territorio, convivialità e racconto. Ed è forse proprio qui che si concentra il cambio di paradigma che sta vivendo l’Irpinia del vino. Per anni il settore ha parlato prevalentemente agli addetti ai lavori, spesso con codici esclusivi e rituali che finivano per allontanare soprattutto i più giovani. Oggi, invece, molte aziende stanno scegliendo un approccio diverso: rendere il vino accessibile, vivo e contemporaneo, senza svilirne il valore culturale. «L’obiettivo è avvicinare le persone al mondo del vino senza formalismi», spiega Chiara. «Vogliamo rendere questa cultura accessibile ma anche divertente, trasformando l’evento in una festa aperta a tutti e non in un appuntamento d’élite». In questo senso l’enoturismo diventa qualcosa di molto più profondo rispetto a una semplice degustazione. Non si tratta più soltanto di bere un calice, ma di vivere un luogo, attraversarne i paesaggi, ascoltarne le storie, entrare in contatto con chi quella terra la coltiva ogni giorno. «Vogliamo che le persone tocchino con mano la terra nei vigneti dove tutto ha inizio e che possano scoprire la vinificazione in modo semplice e rilassato», aggiunge.
È una narrazione che restituisce centralità all’Irpinia come destinazione culturale oltre che produttiva. Perché il rischio, in territori interni come questo, è che il vino venga percepito soltanto come eccellenza commerciale, perdendo il suo valore identitario e sociale. Iniziative come Cantine Aperte riescono invece a creare connessioni dirette tra aziende, comunità e visitatori, trasformando le cantine in veri presìdi culturali.
Non a caso, negli ultimi anni, molte aziende irpine hanno investito proprio sull’esperienza: degustazioni immersive, percorsi nei vigneti, eventi artistici e gastronomici, ospitalità diffusa. Tra le cantine del territorio che aderiscono o promuovono iniziative legate a Cantine Aperte figurano anche Tenuta Cavalier Pepe e I Favati, Fonzone, Donnachiara diverse realtà dell’areale del Taurasi, del Fiano di Avellino e del Greco di Tufo, protagoniste di un modello che punta sempre più sul turismo esperienziale e sulla valorizzazione del paesaggio irpino. Dietro questo modello c’è anche una riflessione più ampia sul futuro dell’Irpinia. Un territorio che oggi sembra aver compreso come la valorizzazione non possa più passare soltanto dal singolo marchio o dalla singola etichetta, ma dalla costruzione di una vera identità collettiva.
Da presidente del Consorzio Creanza, Chiara Romano immagina infatti una rete capace di mettere insieme esperienze, aziende e competenze diverse sotto un’unica visione territoriale. «Ognuno di noi colleziona esperienze singole con pubblico italiano e straniero», spiega. «Ma se queste esperienze si fondessero tra le eccellenze del territorio, nascerebbe un’identità Irpinia ancora più forte, capace di moltiplicare i risultati ottenuti dai singoli».
Ed è forse questa la vera sfida del vino irpino contemporaneo: non limitarsi a produrre qualità, ma costruire appartenenza. Fare in modo che chi arriva in Irpinia non porti via soltanto una bottiglia, ma il ricordo di una comunità, di un paesaggio e di una cultura dell’accoglienza che oggi trova nelle nuove generazioni — e sempre più spesso nelle donne — la sua voce più credibile e contemporanea.
In Irpinia il vino continua a nascere dalla terra, ma il suo futuro passa ormai dall’accoglienza, dalle relazioni e dalla capacità di trasformare una cantina aperta in un’esperienza di comunità.


