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Le lunghe giornate trascorse a Roma da Beppe Grillo nel corso della settimana che sta per chiudersi chiariscono meglio di qualsiasi ragionamento l’evoluzione che ha subìto il Movimento cinque stelle alla prova del governo. Calato nella capitale lunedì per convincere la sindaca a dire di sì allo stadio della Roma, già dichiarato opera “di pubblico interesse” dalla giunta Marino, il garante e capo politico del “partito-non partito” che potrebbe vincere le prossime elezioni, si è trovato di fronte alla protesta dei tassisti e degli ambulanti. Che contestavano vivacemente una norma liberalizzatrice del mercato che avrebbe danneggiato le rispettive, magre, rendite di posizione, insidiate dalla concorrenza dell’economia digitale. Ora, non interessa tanto valutare la linea adottata dal comico nelle due questioni (tra l’altro quella dello stadio è ancora aperta), perché più che il merito è il metodo che stupisce. Nella sua cronaca locale, il “Corriere della Sera” è arrivato a denunciare che a Roma è in atto una “riforma costituzionale: piccola, strisciante, mascherata che però modifica radicalmente il rapporto fra cittadini ed eletti”. Parole severe, ma non prive fondamento. Ci si è trovati di fronte, infatti al capo di un partito che ha obbligato la prima cittadina a sostenere la protesta dei conducenti di auto pubbliche che lavorano grazie ad una licenza rilasciata dal Comune e che da cinque giorni non garantivano il servizio gettando la città nel caos; mentre nel caso dello stadio veniva ignorata la posizione di numerosi consiglieri comunali e attivisti di base del Movimento, ai quali si comunicava bruscamente che “non si può dire sempre di no”, e che la soluzione del rebus (fare o no l’impianto, e dove) sarebbe stata affidata a consulenti paracadutati da Genova o da Milano. In entrambe le vicende c’è stata una sovrapposizione di ruoli a spese di quello della prima cittadina, eletta meno di un anno fa e che è stata di fatto commissariata non appena si è trovata di fronte a questioni più rilevanti dell’ordinaria amministrazione; così come, del resto, era già successo al momento delle decisioni strategiche sulla nomina dei principali assessori e dei responsabili dello staff, con il risultato che alcune caselle importanti sono ancora vuote. Completamente bypassati anche i consiglieri comunali di maggioranza, che pure hanno un ruolo istituzionale nella approvazione del programmadella Giunta e, in questa circostanza, anche i parlamentari nazionali eletti a Roma, cui è stato rimproverato un eccesso di litigiosità, con interferenze sulla vita amministrativa capitolina emerse clamorosamente nelle vicende giudiziarie ancora in corso, con danno evidente per l’immagine dei Cinque stelle. Deputati e senatori sono stati facilmente tacitati con la minaccia della non ricandidatura, ma per il gruppo consiliare quella pistola è scarica perché le elezioni sono lontane; e quindi il mugugno resta, sia pure al momento semisoffocato. Ma qual è il profilo politico che emerge dall’intera vicenda? Quello di un completo rovesciamento dei rapporti, delle priorità e dei criteri di governo che avevano consentito ai Cinque stelle di entrare alle Camere con il secondo gruppo parlamentare quattro anni fa e di prendersi Roma e Torino l’anno scorso. Allora la parola d’ordine vincente fu l’assoluto controllo della Rete sulla selezione dei candidati, l’elaborazione del programma e l’attività degli eletti: “I candidati saranno votati in Rete, che rimarrà centrale durante il mandato elettorale sia come supporto agli eletti che come garanzia del rispetto del programma”. Quanto di più democratico ed egualitario si potesse immaginare, all’insegna del principio secondo cui “uno vale uno”; ma ora tutto ciò non conta più nulla: la prospettiva è cambiata e tutto il potere è affidato alla discrezionalità di un vertice inaccessibile. Sindaco, assessori, consiglieri devono subire il diktat del Capo che li riceve uno ad uno in un albergo vista Fori; i parlamentari, anche quelli fino a ieri più popolari, sono messi in un angolo; le decisioni vengono prese dall’alto e comunicate a chi deve eseguirle. Solo il contemporaneo tormentone del Pd sull’orlo della scissione ha distratto l’attenzione dell’opinione pubblica dalle vicende romane, che restano gravi, anche perché proprio la crisi dei democratici potrebbe presto contribuire a consegnare ai grillini responsabilità ben maggiori del governo di Roma. Con conseguenze immaginabili e pericolose.
edito dal Quotidiano del Sud

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