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All’interno del dibattito sulla sempre più allarmante questione sociosanitaria della popolazione anziana – sempre più numerosa a fronte dell’allungamento della durata della vita – sembra accendersi una fiammella di speranza collegata al disegno di legge 1461 assegnato in data 23 ottobre 2019 alla 11a Commissione permanente del Senato (Lavoro pubblico e privato, previdenza sociale). Infatti questa proposta legislativa prevede la figura del “caregiver familiare” compiutamente spiegata dall’art.2 della stessa proposta, quando si parla di “persona che gratuitamente assiste e si prende cura in modo continuativo del coniuge, dall’altra parte della unione civile tra persone dello stesso sesso o del convivente di fatto “Lo stesso rapporto vale anche se si tratta di un familiare bisognoso di assistenza entro il secondo grado di parentela. Per tutti coloro che si prendono cura di queste persone – in Italia sono 7,3 milioni con il 75% di donne – il ddl istituisce una serie di agevolazioni professionali, fiscali, previdenziali e sociali, ma senza nessun riconoscimento retributivo in grado di parificarlo ad una vera e propria occupazione. Il testo prevede la priorità nella scelta del luogo ove poter lavorare per poter conciliare l’orario professionale con la necessità delle persone assistita (si pensi, ad esempio, alle sedi di assegnazione ai tanti docenti delle scuole statali). È anche prevista una detrazione del 50% dell’imposta sul reddito delle persone fisiche. Al caregiver disoccupato viene riconosciuto l’attività assistenziale nella forma di contributi figurativi, come fosse un lavoratore domestico, con il limite massimo di tre anni. Le associazioni in rappresentanza dei 7,3 milioni di familiari da assistere a tempo pieno hanno fatto sentire la loro voce giudicando insufficiente il ddl. Le ragioni dell’insufficienza fanno capo al confronto in materia con altre legislazioni europee. In Gran Bretagna, nel 2004, è avvenuto il primo riconoscimento del “caregiver”: la normativa prevede specifiche tutele e chiari diritti soggettivi. In Francia sono previste finalità pensionistiche per i “caregiver” oltre una indennità giornaliera e sgravi fiscali. In Svezia e Danimarca il numero dei caregiver è limitato, però è operante un robusto sistema di assistenza pubblica ai malati cronici e agli anziani bisognosi anche se non mancano sostegni pubblici ai familiari che assistono parenti gravi. Frattanto il Coordinamento tradizionale Famiglie con Disabilità (Confad) pur ritenendo pressapochista il provvedimento ha avanzato delle proposte miglioratrici, come l’equiparazione del contributi figurativi dei caregiver a quelli degli operatori sociosanitari e alcune possibilità di prepensionamento. Sulla complessa materia sono le Regioni ad avere una competenza specifica sugli interventi concreti. Non è casuale ricordare – all’indomani delle regionali in Emilia Romagna e Calabria – che proprio nella prima regione sin dal 2014 è in vigore una legge regionale (la prima in Italia) che prevede interventi per circa 7 milioni di spesa a favore delle persone che prestano volontariamente cura e assistenza a parenti con interventi paralleli per combattere la solitudine attraverso reti diffuse di solidarietà umana e sociale. È auspicabile che questo modello di assistenza sociosanitaria sia considerato come un riferimento paradigmatico da attuare anche nelle altre regioni del territorio nazionale. Emilia Romagna docet, dunque, e non solo rispetto alla tematica trattata.

di Gerardo Salvatore

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