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Di Monia Gaita

Da piccoli ci hanno insegnato a conservare, a non distruggere i giocattoli, a custodire l’astuccio dei colori, a mantenere i segreti confessati dell’amico. Pure il cibo avanzato si conservava: mia nonna riponeva in un pentolino nel frigo la pasta e fagioli per il giorno dopo. Gli amori si conservavano, fossero pure mùtili in più punti, e ai pantaloni logori strappati alle ginocchia, venivano cucite delle toppe a garantirne il riuso. Ci hanno insegnato a conservare nella mente le poesie: imparavamo a memoria “Pianto antico”, “Il sabato del villaggio”, “Il passero solitario”. Imparavamo a memoria le preghiere: dal “Padre nostro” a “L’eterno riposo”. Abbiamo quindi capito, anche grazie agli addestramenti salienti dell’educazione, che conservare è importante. Eppure qualcosa ci sfugge. Se in un armadio accumulo vestiti a dismisura, sarò costretta prima o poi, a una pulita stagionale che mi vedrà sfoltire quell’ammasso eliminandone una parte. Dunque scartare serve, ripristina l’ordine dove regnava il caos, rimuove con un panno gli acari della vecchiaia, munisce ogni cosa di una nuova data di scadenza e dà un odore fresco e buono al cibo rancido. Ecco perché dobbiamo allenarci a dimenticare. Il filtro della dimenticanza è basilare. In quel setaccio dobbiamo far passare tutti i composti del male, dello sconforto, delle perdite e delle delusioni. Proprio come facciamo con gli abiti che non indossiamo mai. Dobbiamo dimenticare la sofferenza, non indossarne più le giacche, le gonne, le borse, le camicie; levarle dai ripiani. Dobbiamo non indossare più i fallimenti, le cadute, i rifiuti, i divorzi e i torti subìti. Dimenticare, a volte, è uno sfiatatoio che rende liberi e cambia l’aria al fare e al progettare. È utile quando vogliamo seppellire la tristezza, sciogliere una bustina di fiducia dentro i giorni. Per ritrovare noi stessi dobbiamo smarrirci, dimenticare la forma di ciò che siamo, di ciò che siamo stati o che potremmo e non vorremmo diventare. Se potessimo stipulare un accordo convenzionale con tutti gli episodi che meritano di essere dimenticati, avremmo l’anima più leggera, il cielo rischiarato, il cuore sgombro di nuvole. Emanciparci dai ricordi brutti, uscire dallo stato di minorità dei troppi doveri, può rivelarsi un toccasana. Dimentichiamo la fretta, il dolore, le fitte improvvise dei rimpianti, della nostalgia e della solitudine. Impariamo a districarci dalle insidie del conservare, dal giogo di guarire a tutti i costi ciò che sarebbe meglio lasciar morire. Affranchiamoci dal dispotismo di conservare, esercitiamo l’arte della dimenticanza. Eludiamo quello che ci tormenta. Infrangere certe catene pesanti, ci stimola a ritentare, a costruire da capo in quella sterminata legione di possibilità che è l’esistenza.

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