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Il paragone formulato dall’ex premier Enrico Letta – tra la caduta del muro di Berlino e l’elezione di Trump – come la più grande rottura politica tra i due momenti storici, ha suscitato non poca preoccupazione e molteplici interrogativi sui nuovi assetti della politica mondiale. La consapevolezza di fondo di questa grande frattura, però, è largamente condivisibile: la conseguente separazione tra corpo elettorale e classe politica, con la evidente ricerca dell’inedito, nei comportamenti e nella strategia elettorale dell’outsider. È un fenomeno già osservato in Italia con l’ascesa di Berlusconi e in tante micro situazioni elettorali, spesso non considerate nella loro vera genesi dagli osservatori, dei comportamenti elettivi, nelle piccole e grandi comunità nazionali. Il grande popolo degli Stati Uniti non ha dimostrato di essere immune da questa sindrome democratica, ammesso che tale possa considerarsi. L’interrogativo più urgente e pesante riguarda la capacità di rilanciare il progetto federale degli europei: credo che sia arrivato il momento in cui l’Europa rischia di rimanere abbandonati alle sue responsabilità, se non si riprende, con coraggio e lungimiranza, la sua prospettiva storica all’interno dell’attuale villaggio globale. A tal proposito non sembrano solo strategie elettoralistiche di Trump i messaggi circa la relativizzazione delle sedi bilaterali, in particolare quelle della Nato. Allora non appare fuori luogo chiedersi se le classi dirigenti europee, attualmente deboli e composite, continueranno ad usare solo il microscopio finanziario per lacerarsi ulteriormente all’interno del proprio tessuto comunitario o imboccheranno la via telescopica per vedere lontano, alla ricerca di una autorevole ed autonoma identità continentale, capace di metabolizzare con immediatezza il disimpegno americano sulla scena occidentale. In altri termini i paesi europei sapranno o no superare gli angusti limiti dei propri orticelli nazionali per costruire una proposta politica sufficientemente alternativa? Se l’Europa saprà rispondere positivamente a questa domanda della storia, attraverso un radicale mutamento delle sue prassi politiche, allora la realtà europea non sarà solo una misera rete di interessi finanziari, ma avrà l’autorevole configurazione di una comunità nuova, pur avendo alle spalle una storia bimillenaria, con i suoi grandi valori, la sua nobile cultura e i suoi tanti grandi personaggi che hanno illuminato il cammino non solo europeo in ogni ambito della scienza, nell’arte e nelle lettere. I profetici auspici di Schuman che, nel breve periodo prospettavano il superamento dei dissidi tra la Francia e la Germania – eravamo nel 1950 – credo che avessero un respiro più lungo. Poiché la storia è ancora maestra di vita gli attuali governanti europei sappiano che, da qualche giorno, alla Casa Bianca non c’è più Truman che diede via libera al suo segretario di Stato Dean Acheson per gettare le basi di una Europa integrata attraverso il definitivo superamento della diatriba francotedesca, grande prospettiva recepita da statisti di alto profilo come Schuman ed Adenaur. Se oggi l’Europa appare stanca e smarrita – addirittura inopportuna nelle ultime dichiarazioni ufficiali di Juncher sulla elezione di Trump- scopre la sua letale incapacità di lanciare, nel suo interno e nell’orizzonte internazionale, la sfida della solidarietà, dello sviluppo e della pace.
edito dal Quotidiano del Sud

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