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Nell’attesa che si concluda a Bruxelles la maratona negoziale fra Italia e Commissione europea attorno alla manovra economica del governo giallo- verde, si può forse azzardare un’ipotesi che prescinde dal risultato e guarda piuttosto alla metamorfosi in atto del profilo di uno dei contendenti. La discesa in campo del presidente del Consiglio Giuseppe Conte..
La discesa in campo del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che nei giorni scorsi ha preso in mano il filo della trattativa, sta mutando la fisionomia dell’esecutivo, che fino a ieri era il risultato della collaborazione obbligata tra due forze “lealmente in competizione” (secondo l’eufemismo usato da Di Maio), e oggi si sta trasformando in una coalizione vera e propria, nella quale il leader sovrasta il ruolo dei partiti alleati e si fa garante dell’attuazione del programma, adeguandolo se necessario al mutato contesto interno e internazionale. In quest’ottica, la riduzione dello 0,4% del livello di deficit previsto non è solo il risultato di un approccio più realistico ai dati di bilancio, ma segna la conclusione della campagna elettorale permanente che dal 4 marzo in poi ha visto Lega e Cinque Stelle fare a gara per conquistare il consenso degli elettori. Il 2,4% di sforamento annunciato a fine settembre come la linea del Piave da presidiare senza compromessi, era appunto una bandiera piantata di fronte ai nemici del “cambiamento”, a difesa di una trincea politica più che finanziaria; ma ora è direttamente il capo del governo a rivendicare per sé la definizione del perimetro entro il quale muoversi, che è quello non di una sfida ma di un accordo con le autorità dell’Unione europea. Poiché la partita è ancora aperta sarebbe imprudente anticiparne la conclusione; ma a questo punto è probabile che se la procedura di infrazione annunciata a novembre dovesse dispiegarsi nonostante la mediazione di Conte, il governo italiano avrebbe i giorni contati; in caso di successo, invece, saremmo di fronte ad un cambio di passo con riflessi diretti sul prosieguo della legislatura. Anche in tempi di sovranismo imperante, insomma, si conferma che la politica, soprattutto la politica di un grande Paese come l’Italia, è relazione fra Stati e organismi internazionali, ed è materia del capo dell’Esecutivo, che può muovere i suoi ministri come ufficiali in seconda ma al dunque deve agire in prima persona per evitare che la trattativa fallisca nel palese squilibrio fra le parti. Si noterà che mentre a Roma Salvini e Di Maio facevano la voce grossa contro gli gnomi di Bruxelles, l’Italia stava andando in bancarotta, fra spread alle stelle e valutazioni negative delle agenzie di rating: tutto è cambiato quando si è ristabilita la gerarchia e sulla scena è comparso il vero protagonista, la controparte, finora latitante, di Junker. Al di là dei toni epici della comunicazione di palazzo Chigi, che sembra aver sempre bisogno di autoesaltarsi, l’iniziativa di Giuseppe Conte ha rimesso in gioco l’Italia che era finita in un angolo. L’emergere con luce propria di Giuseppe Conte al di sopra della squadra di governo, certificato per ben due volte da un comunicato congiunto dei due vicepremier, potrebbe anche essere un dato passeggero, una volta cessata l’emergenza di questi giorni. Salvini e Di Maio potrebbero essere tentati di riprendersi in mano l’iniziativa politica e i destini del governo; oppure qualcosa potrebbe cambiare per sempre. In questo caso a trovarsi in difficoltà sarebbe soprattutto il capo politico dei Cinque Stelle, che del resto in questo momento rappresenta la parte più debole del condominio di governo. Con un Alessandro Di Battista sempre più sullo sfondo, la leadership ormai logorata di Luigi Di Maio sarebbe insidiata da un leader non legato alla Casaleggio, non psicologicamente dipendente da Beppe Grillo, apprezzato dal Capo dello Stato e che sta acquisendo un profilo internazionale rispettato e una credibilità in crescita nei sondaggi. Non sono poca cosa.

di Guido Bossa edito dal Quotidiano del Sud

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