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Di Pellegrino Caruso

Scrivere di Sergio Zavoli non è affatto facile. In tutti i saluti istituzionali che gli sono stati rivolti vi sono due definizioni che sono ossessivamente ritornate per delinearne il ricordo, quelle di “maestro” ed ”intelletttuale”. Ancora una volta ci soccorre l’ etimologia, significato vero e profondo delle parole per inquadrare nel modo migliore il caro giornalista scomparso che, come ricorda Gianni Festa in un suo editoriale, non si stancava mai di “raccontarsi” e di ” raccontare”. ” Maestro” è  chi, nell’ ottica dell’ insegnamento, si pone in una relazione sapientemente asimmetrica con un discepolo al quale si deve indicare la strada perché si possa  poi muovere da ”solista” nel percorso comunque sinfonico della societa’. ” Intellettuale” e’ chi e’ capace di ”intuslegere” di guardare dentro le pieghe e, direi, le ” piaghe” della storia. Zavoli seppe raccontare ne ” La notte della Repubblica” , che fu programma per la tv e saggio per la lettura, pagine nere del nostro Paese ma volle farlo soprattutto attraverso le persone, che sono le vere protagoniste della storia.Egli non solo ” informava ” ma si informava e none’ un caso se, quando fu direttore de ” Il mattino” volle ogni giorno un ” Primo piano” con quattro pagine di approfondimento con l’ esplicativo sottotitolo ” per saperne di piu”. Zavoli non si fermava in uno spirito di ricerca che lo portava ad entrare in conventi di “Clausura” dove verificò che magari vi era piu’ pace di quanto sembrasse e non si fece sfuggire neanche ” I giardini di Abele” a Gorizia dove entrò per raccontare i disagi dei malati psichiatrici. In questi giorni si sono susseguiti, come e’ giusto, programmi con testimonianze di ricordi ma mi ha colpito la serata di Raiuno condotta da Monica Maggioni in cui Andrea Vianello, Massimo Berardini ed Alessandra Comazzi erano coscienti della profonda valenza del “modello Zavoli”, di cui avvertivano la mancanza e sembravano rivendicarne la necessita’, almeno per una sera! Scrivere di Zavoli da’ soggezione perche’ sono memorabili quei suoi articoli di fondo della domenica, che come ha ricordato Aldo De Francesco sul ” Corriere dell’ Irpinia” , stendeva il giovedi’, correggeva il venerdi’ e congedava il sabato sera per qualche ultimo ritocco lessicale e di pensiero. Gli odierni scenari della comunicazione, a cui Zavoli fu attento anche come direttore della Scuola di Giornalismo dell’ Universita’ di Salerno, impongono ritmi frenetici eppure per poter comprendere la realta’ occorre fermarsi, recuperare quel “ Perche’?” intorno al quale Zavoli, oltre i novant’anni, intendeva ancora creare qualche progetto giornalistico. Per Zavoli tutto era da conquistare con il sudore come aveva dimostrato inseguendo i ciclisti del ” Processo alla tappa” e le telecamere dei suoi programmi non restavano mai fisse, pronte a scrutare anche tra le rughe di espressione dei brigatisti intervistati. Per lui nulla era fermo, come dimostra quell’ attenzione al, Codice Rocco, di eta’ fascista, che non ebbe timore di definire “codice da rifare”. Zavoli, “socialista di Dio”, non ebbe timore di interrogarsi anche sul fine ultimo dell’ esistenza convinto che anche la sofferenza lasciasse un segno, proprio come fa un ” insegnante” che lascia un segno, un ‘ impronta, che va a costituire quel ” carattere” che rende ciascuno speciale. Zavoli fu anche Presidente della Rai dall’ 80 all’ 86 in 6 anni che videro avanzare le reti commerciali ed in cui egli’ resto’ saldo nel difendere la necessita’ del decoro anche in contesti televisivi ” leggeri”. Non a caso in quegli anni vi furono quei programmi di Baudo e della Carra’ dove l’ evasione non era mai banale ed anche il motivetto di una sigla portava nelle case degli Italiani ” voglia di vita” e buoni sentimenti. Zavoli, come Fellini, seppe sognare gia’ a colori in una tv in bianco e nero ma seppe anche essere realistico quando capi’ che i suoi programmi non potevano andare in onda in prima serata ed e’ una triste constatazione che quel suo ”Viaggio nella scuola”del 2001 dovette andare in onda, con il dissenso di diversi intellettuali del tempo, nel cuore della notte, pur trattando di temi delicatissimi, con un’ intervista al Ministro di allora Tullio De Mauro. Chi scrive non ha avuto l’ onore di incontrare Zavoli ma non poteva avere il rimpianto di non averlo potuto omaggiare con un saluto e con la speranza che, dinanzi alle tante incognite del tempo del Covid, si abbia il coraggio di applicare quel “metodo Zavoli”, fatto di lentezza della riflessione, utile prima di ogni soluzione condivisa.

 

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