La nuova legge elettorale che propone la maggioranza di centrodestra continua ad alimentare lo scontro con l’opposizione. A tenere banco è la questione Quirinale.
Per Davide Faraone, vicepresidente di Italia Viva, “con una sincerità disarmante Giorgia Meloni ha ammesso che il suo obiettivo non è più soltanto vincere le elezioni, ma vincerle in modo da prendersi tutto.
Palazzo Chigi oggi, il Quirinale domani. L’idea è trasformare le prossime politiche in una sorta di elezione diretta del Presidente della Repubblica. Un referendum su Giorgia Meloni. Per riuscirci serve una legge elettorale costruita su misura.
Un premio di maggioranza gigantesco, capace di trasformare una vittoria relativa in una maggioranza parlamentare assoluta. Anche l’impresentabile Vannacci è così diventato improvvisamente compatibile con il progetto. Non solo. Spariscono i collegi uninominali, le preferenze, restano i listini bloccati, decisi nelle stanze delle segreterie”.
Francesco Boccia, presidente dei senatori del Pd osserva che “da ieri è chiara una cosa: a Giorgia Meloni interessa solo il potere. Soprattutto il suo. L’ambiguità delle parole della presidente del Consiglio, pronunciate in una trasmissione televisiva, serve a dissimulare, dietro la rivendicazione politica di parte che piacerà a molti elettori di centrodestra, il vero obiettivo: il Quirinale.
Ritornando ad una narrazione da ‘underdog’, che è stata nei primi mesi di questa legislatura la sua fortuna, Giorgia Meloni ha rivendicato il diritto della destra ad esprimere un futuro Capo dello Stato.
Facendo finta di non sapere che il Capo dello Stato non viene eletto da una maggioranza politica ma è una figura super partes, che deve essere votata infatti in prima battuta dai due terzi del Parlamento e poi dalla maggioranza assoluta dell’assemblea.
Mentre Mariastella Gelmini, responsabile Enti Locali per Noi Moderati, difende la legge elettorale che “deve essere uno strumento per rendere i cittadini protagonisti delle scelte della politica. Ecco perché noi sosteniamo con nuove soluzioni l’importanza delle preferenze esattamente come avviene per le elezioni dei consiglieri comunali sul territorio.”
E ancora, Maurizio Gasparri, presidente della Commissione Affari Esteri e Difesa del Senato:”Noi vogliamo fare una legge elettorale che consenta a chi prende più voti di governare il Paese, come accade per le Regioni.
Non è che vinca sempre il centrodestra: in Puglia, Emilia-Romagna e Campania ha vinto la sinistra. Vogliamo quindi una legge elettorale che, nel rispetto delle sentenze della Corte costituzionale, garantisca una maggioranza a chi ottiene più voti, con un premio contenuto, sul quale si è molto discusso e che è stato rivisto. Una legge che rischiasse di produrre un pareggio e una situazione di palude non credo sia nell’interesse del Paese. È davvero così pericoloso garantire un’alternanza? Noi non lo facciamo perché abbiamo la certezza di vincere. Speriamo di ottenere più voti e formeremo coalizioni sulla base dei contenuti, non della semplice sommatoria, come spesso ha fatto la sinistra. Ricordo il governo Prodi con Bertinotti: una parte della sinistra non era d’accordo e quel governo cadde. Vorremmo semplicemente che una coalizione che ottiene più voti possa governare il Paese”.
Carlo Calenda leader di Azione prevede che “si andrà a votare in aprile, con una nuova legge elettorale di cui non condivido il premio di maggioranza; che premerà per fare grandi coalizioni molto poco coerenti prima delle elezioni”.
Aggiunge: “La nostra disponibilità dopo le elezioni, se necessario a comporre una maggioranza, sarà solo con le forze europeiste e riformiste. Con un perimetro preciso”.
Walter Veltroni, ex segretario del Pd, ex sindaco di Roma ed ex ministro della Cultura incalza: “Le Repubbliche cambiano quando cambiano le Costituzioni. Noi invece abbiamo cambiato la legge elettorale tantissime volte. Per quello dovremmo essere alla Repubblica 112. La verità è che non abbiamo ancora trovato un equilibrio perché i due schieramenti non riescono a dialogare.
L’errore che hanno fatto tutti e due, centrodestra e centrosinistra, è stato quello di non riuscire a costruire regole condivise e un equilibrio istituzionale stabile. La quantità di astensionismo è cresciuta ed è cresciuta ovunque.
La gente non è motivata a partecipare alle elezioni. Per questo i due schieramenti devono anche alimentare un sogno.
Il dato più preoccupante è il drastico calo del consenso elettorale: il PD quando è nato aveva 12 milioni di voti. Adesso se ne calcolano 6. La prima cosa che bisogna fare è parlare con quei sei milioni di italiani. Ricordo l’elezione di Carlo Azeglio Ciampi al Quirinale come esempio di convergenza tra forze politiche contrapposte: ne discutemmo con Fini e Casini, e loro ne parlarono con Berlusconi. E lo eleggemmo alla prima votazione, con il massimo del consenso possibile.
Questo dimostra come sia possibile condividere le scelte fondamentali dello Stato. Il paradosso dell’Italia è che destra e sinistra hanno fatto governi insieme. Si governa insieme, cosa che è un’anomalia, e non si riesce a fare ciò che dovrebbe essere la regola: scrivere insieme le regole.
Il Partito Democratico è l’unico partito nato per fusione e non per scissione, ribadisco il valore delle primarie e della vocazione maggioritaria. Nel 2008 credo che si dovesse uscire da quell’antiberlusconismo. Su quella base il PD prese il 33%. Non bisogna dire male di chi c’è e la sinistra non deve pensare che esistano ‘colonne d’Ercole del consenso’ oltre le quali non si può andare, perché la storia della sinistra ha dimostrato che si può andare oltre. Il ciclo politico, spero a partire da novembre, con le elezioni negli Stati Uniti, cambierà. Il PD in Italia ha una sua forza e spero riesca ad aggregare”.



