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Nelle fasi di crisi a pagare di più sono le zone deboli. Il Mezzogiorno e le aree interne fra queste. Da che cosa nasce questa emergenza? Da un’ antica questione mai risolta fra Nord e Sud? O forse dal diverso impegno della classe dirigente? O, ancora, dallo sviluppo e dalla capacità di spesa? E perché no, anche dal diverso ruolo che assume il credito fra le diverse regioni italiane? Probabilmente da tutti questi interrogativi che in misura diversa intervengono per trovare una possibile risposta. Ovviamente a dare corpo alla crisi del Sud c’ è la questione criminale che imperversa in modo prepotente, determinando un clima di terrore e di sopraffazione come in nessuna altra parte del Paese, anche se la piovra ormai non conosce confini. Da un certo tempo ad andare in avanti, il dibattito politico e, soprattutto, sociale, si è soffermato su un termine che meglio spiega una delle maledizioni che condannano il Mezzogiorno: il merito. In sintesi, esso rappresenta la differenza tra chi è capace, competente ed è in grado di assolvere a funzioni specifiche che gli vengono richieste e chi, invece, occupa lo stesso posto grazie ad una catena corruttiva, figlia della malapolitica. Nel Mezzogiorno questo metodo è abbastanza diffuso. Si chiama raccomandazione. Ed è il terminale per l’acquisizione del consenso. Tutto si costruisce nelle segreterie dei partiti. E’ qui che la pletora dei senza lavoro si mette in fila per ottenere un beneficio. Merito e demerito non fanno parte di chi aspira a costruirsi un futuro. Ed è in virtù di questo comportamento che gli uffici pubblici del Sud (quasi tutti) abbondano di raccomandati senza competenza, molto spesso arroganti e prepotenti. E i meritevoli? Vanno via. Nelle zone produttive del Paese, all’estero, come ricercatori, realizzando i loro sogni di lavoro, anche se con l’amarezza della radice strappata. E’ sul merito che si costruisce una classe dirigente che consente ai migliori di impegnarsi per la propria comunità e per il bene comune. Al merito si accompagna la formazione professionale. Altro tasto dolente nel nostro Mezzogiorno. Mentre le tecnologie avanzano, la digitalizzazione prende sempre più piede e con un semplice tasto si può mandare una navicella nello spazio, qui infuriano corsi regionali di taglio e cucito, di estetisti, di controllori di campane in piazza: uno spreco di danaro pubblico in un pozzo senza fondo. La formazione come occasione di rapimento immorale delle coscienze e offese del merito. Arriviamo al dunque. La questione meridionale oggi è la sintesi del malgoverno, non solo di mancanza di fondi (che ci sono), ma di assenza di progetti credibili. Se si interrompe questo circolo vizioso forse il Sud rinascerà a nuova vita. E la malapolitica, forse, sarà sconfitta.

di Gianni Festa

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