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A dispetto della retorica sovranista dispiegata durante tutta la recente campagna elettorale, il bandolo della crisi di fatto aperta in Italia in seguito alla presenza conflittuale di due maggioranze – una a guida Di Maio in Parlamento, l’altra a guida Salvini nel paese – non si trova a palazzo Chigi, dove convivono i due leader e dove il presidente del Consiglio cerca di ritagliarsi un ruolo autonomo, ma a Bruxelles, dove il sovranismo italiano tenta di farsi spazio di fronte ad interlocutori per nulla disposti a cedere potere.
In questi giorni nel Parlamento di Strasburgo e nei tavoli negoziali dei governi a Bruxelles e nelle capitali che contano (non Roma) si stanno assemblando le tessere del mosaico che per i prossimi cinque anni rappresenterà le istituzioni e la moneta comune; ma l’Italia è fuori da tutti i giochi, un po’ perché impegnata in una crisi di governo ancora virtuale ma non per questo meno incombente e rischiosa, un po’ perché abbandonata dai possibili alleati della vigilia. Matteo Salvini, vincitore assoluto il 26 maggio, è stato lasciato in mezzo al guado da molti dei suoi colleghi sovranisti che l’avevano applaudito a Milano nella manifestazione di chiusura della campagna elettorale; ancora peggio vanno le cose per Luigi Di Maio, solo terzo in Italia e a rischio di non poter neppure formare un gruppo in Europa.
Un quadro desolante; ma in queste settimane febbrili (i giochi si chiudono nel giro di poche settimane) il sovranismo tricolore è in ritirata un po’ ovunque. I capi di governo si stanno accordando per le nomine “apicali” (presidenza della Commissione, del Consiglio e della Banca centrale) senza neppure invitare al tavolo l’Italia, già in parte sostituita dalla Spagna e indebolita dalla imminente uscita della Gran Bretagna con la quale in passato aveva a volte condotto un efficace gioco di sponda.
Da Parlamento e Commissione dipenderanno le decisioni definitive sulla procedura di infrazione che minaccia il governo italiano molto più che nel dicembre scorso, anche perché in questi sei mesi l’Italia non ha adottato le misure richieste dall’Europa e non ha rispettato gli impegni assunti per la riduzione del debito.
D’altra parte, l’assenza del nostro governo dalle celebrazioni per i 75 anni del D-Day in Normandia (con la Cancelliera Merkel invitata d’onore), e il fallimento delle trattative per la nascita del polo automobilistico europeo, che hanno visto il sopravvento del sovranismo francese su ogni altro interesse industriale o nazionale, danno la misura dell’isolamento nel quale l’Italia si sta rinchiudendo, in una partita competitiva che ci vede ovunque soccombenti.
In una situazione per molti versi già compromessa, il presidente del Consiglio ha cercato di imporre la sua leadership assumendo in prima persona, come è giusto che sia, l’onere della trattativa con Bruxelles, consapevole che alzare ancora i toni del confronto come hanno fatto nei mesi scorsi i suoi due vice, sarebbe deleterio; ma lo scatto di orgoglio è durato solo poche ore: riuniti in sua assenza a palazzo Chigi, Salvini e Di Maio hanno deciso di rilanciare la sfida a Bruxelles sui conti pubblici italiani confermando le misure criticate dalla Commissione Junker: reddito di cittadinanza e quota cento. Così Giuseppe Conte è finito all’angolo e ora dovrà vedersela in Consiglio dei ministri con i capi della sua maggioranza, decisi a dettare le loro condizioni su tutto: rimpasto, programma, trattativa con l’Europa.
Nel frattempo, domani si vota per i ballottaggi nei Comuni. Andranno in pochi ai seggi; ma mai come questa volta i voti si pesano e non si contano. E Salvini spera in un buon bottino, che lo autorizzerebbe a fare come decide lui.

di Guido Bossa

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