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Un poeta “quasi” irpino: quarantanove anni dopo, il ricordo di Alfonso Gatto

Di Annarita Rafaniello 

Ad Alfonso Gatto

per cui vita e poesie

furono un’unica testimonianza

d’amore.

Eugenio Montale

 

Alfonso Gatto nacque a Salerno nel 1909, in seno a una famiglia di marinai, e trascorse la sua esistenza tra diverse città, in un perenne vagabondare che lo condusse a Napoli, Roma e Bologna. Nel corso della sua vita si dedicò a molteplici attività, spaziando dal mestiere di commesso a quello di giornalista, dove ricoprì il ruolo di inviato speciale per L’ Unità. Fu anche docente e critico d’arte, mostrando una versatilità che si rifletteva nelle molteplici sfaccettature del suo spirito inquieto e poliedrico.

Nel 1936, a causa del suo dichiarato antifascismo, venne arrestato e trascorse sei mesi nel carcere di San Vittore a Milano. Nel 1938 fondò a Firenze, assieme allo scrittore Vasco Pratolini, la rivista Campo di Marte, sulla quale pubblicavano gli intellettuali ermetici. Anche Gatto, come il Premio Nobel Quasimodo, ebbe due fasi poetiche: una ermetica, rappresentata dalla raccolta L’isola, e una impegnata, con la raccolta Il capo sulla neve, nella quale egli dedica molte poesie proprio ad episodi della guerra partigiana, come Per i compagni fucilati in piazzale Loreto, Ai compagni d’Italia, 25 aprile.

A partire dal 1943 entrò infatti a far parte della Resistenza e partecipò personalmente a tutte le lotte politico-sociali. Le poesie scritte in questo periodo offrono una testimonianza efficace delle idee che animavano la lotta di liberazione. Tuttavia, nonostante l’impegno profuso e la collaborazione con molte riviste di sinistra, nel 1951 lasciò clamorosamente e polemicamente il Partito Comunista, proprio come Quasimodo. La sua poesia non fu soltanto politica, ma anche dedicata all’amore, alla natura e alla Terra del Sud (Arie e ricordi), con il pieno coinvolgimento del poeta nel dolore umano che da millenni affligge gli oppressi del mondo.

Questo scrittore campano, che ho scoperto fortuitamente approfondendo lo studio di Quasimodo, mi ha profondamente colpito per il suo intenso legame con la città di Avellino, dove una targa commemorativa nei pressi della Scuola Media “Leonardo da Vinci” ne celebra il ricordo, e con la nostra amata terra irpina. Egli intrattenne un saldo rapporto di amicizia con il critico letterario irpino Carlo Muscetta, che, in forma di affetto, lo chiamava “Fonzo”, e collaborò con la rivista Cinema, diretta da Giuseppe Marotta, anch’egli giornalista e sceneggiatore avellinese.

Alfonso Gatto, in omaggio a questa sua origine, pubblicò proprio ad Avellino, con una piccola casa editrice, la Partenope, la sua raccolta poetica più nota, L’isola (1930). Nel 1934, infine, pubblicò un’opera narrativa e fotografica (era anche pittore e fotografo) per il famoso editore Treves, dedicata al santuario mariano di Montevergine. Quest’opera, inizialmente intitolata Il Partenio e il santuario di Montevergine, è poi uscita più volte sotto vari titoli ed ottenne molto successo, diffondendo la conoscenza delle tradizioni irpine in tutta Italia. Lo stesso lavoro uscì anche con una casa editrice irpina, la Mephite, a testimonianza di un suo intenso legame umano non solo con Avellino, ma con tutta l’Irpinia.

In essa viene descritta, in tutti i dettagli, la cosiddetta Juta, il pellegrinaggio che conduce molti fedeli al santuario di Montevergine da più parti d’Italia e perfino dagli Stati Uniti nel mese di settembre. Si tratta di un fenomeno religioso di origini antichissime, poiché il culto mariano era già presente sul Partenio nel periodo medievale e già allora si praticava la Juta, che si riferisce più precisamente all’ultima fase del pellegrinaggio, quella da Ospedaletto, durante la quale si affronta una salita molto faticosa.

L’icona della Madonna è ancora oggi molto venerata ed è conosciuta come Mamma Schiavona. Ha il volto scuro (Nigra) e, poiché sclavus in latino significa “schiavo”, è probabile che il culto sia nato proprio per proteggere i lavoratori e i più deboli.

Sono molto orgogliosa del fatto che la mia terra, alla quale sono sinceramente affezionata, abbia avuto, grazie anche ad Alfonso Gatto, l’opportunità di essere valorizzata. Penso che noi giovani irpini di oggi dovremmo impegnarci proprio per mettere in luce le nostre incredibili risorse, sia paesaggistiche che umane, perché l’Irpinia è ricca di tesori e talenti che aspettano solo di essere scoperti.

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