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Sanità territoriale, non autosufficienza ma autonomia differenziata: dall’Irpinia verità che riguarda il Paese

Le Case della Comunità e gli Ospedali di comunità esistono sulla carta, nei cronoprogrammi, nelle relazioni ufficiali

– di Franco Fiordellisi –

Con l’impegno del Presidente della Regione Campania, Roberto Fico, sul fronte della sanità e del sistema socio-sanitario, arrivano segnali, sollecitazioni, richieste che non possono più essere archiviate come emergenze temporanee, ma che restituiscono un dato politico strutturale: in Campania, e in modo ancora più evidente in Irpinia, la domanda di sanità pubblica, accessibile e funzionante, è ormai una questione di cittadinanza.

Prima ancora delle soluzioni, però, serve chiarezza. Perché oggi la vera distorsione sta nel linguaggio: una cosa è una struttura “attivata”, altra cosa è una struttura realmente funzionante. Ed è dentro questa ambiguità che si muove l’intero impianto della sanità territoriale, in Campania come nelle aree interne.

Le Case della Comunità e gli Ospedali di comunità esistono sulla carta, nei cronoprogrammi, nelle relazioni ufficiali. Ma se guardiamo all’Irpinia, se entriamo davvero nei territori, vediamo altro: strutture incomplete, personale insufficiente, servizi discontinui. Non è un’eccezione, è un modello che non funziona.

E qui si apre una responsabilità che non può essere elusa: la programmazione e la dislocazione delle strutture.
In Irpinia, la localizzazione delle Case della Comunità e degli Ospedali di comunità non sempre ha risposto a una lettura rigorosa dei bisogni territoriali, delle distanze, della distribuzione della popolazione anziana e fragile. In alcuni casi ha prevalso una logica di equilibrio politico, una sorta di adattamento territoriale del metodo Cencelli, che ha prodotto una rete formalmente distribuita ma funzionalmente debole.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: strutture che non dialogano tra loro, territori scoperti, duplicazioni inutili e, soprattutto, cittadini che continuano a non trovare risposte.
E nelle aree interne questo limite diventa una frattura. Perché qui la distanza non è solo geografica, è sociale, è economica, è demografica.
Lo avevo già detto con chiarezza: senza una rete forte di Assistenza Domiciliare Integrata, senza ADI, la sanità territoriale non regge. Oggi in Irpinia, come in larga parte della Campania interna, l’ADI è il punto più fragile del sistema: pochi operatori, tempi lunghi, coperture insufficienti. Le famiglie diventano il vero ammortizzatore sociale.

Ed è su questo quadro già fragile che interviene il Piano Nazionale per la Non Autosufficienza 2025-2027.
Il Piano introduce una separazione che appare tecnicamente neutra ma è politicamente pericolosa: distingue tra non autosufficienti fino ai 70 anni e popolazione over 70, destinata a un altro strumento ancora non definito. In territori come l’Irpinia e nelle aree interne, dove l’invecchiamento è più avanzato e la fragilità più diffusa, questa distinzione non semplifica, complica. Serve invece una visione unitaria, capace di tenere insieme le diverse fasi della fragilità.

Ma il vero nodo resta quello delle risorse. Il PNNA introduce strumenti importanti, come il progetto di vita e il budget personalizzato, ma non ha coperture adeguate. Non c’è coerenza tra obiettivi, LEP e finanziamenti. E nelle aree interne questo significa una cosa molto concreta: diritti dichiarati ma non esigibili.
Anche i criteri di riparto delle risorse rischiano di non aderire ai bisogni reali dei territori, perpetuando le disuguaglianze. In Campania, e in Irpinia, questo si traduce in un sistema che rincorre i problemi invece di governarli.

Il Piano prevede risorse per rafforzare i Punti Unici di Accesso, PUA, “luoghi” con cui il Servizio Sanitario Nazionale e gli Ambiti Territoriali Sociali garantiscono, mediante le risorse umane e strumentali di rispettiva competenza, alle persone non autosufficienti l’accesso ai servizi sociali e sociosanitari, ma vincoli assunzionali impediscono di stabilizzare parte del personale. Ancora una volta: fondi sulla carta, servizi che non arrivano.

Ed è qui che torna il nodo del PNRR. I ritardi nella realizzazione delle Case della Comunità, la difficoltà a costruire équipe multiprofessionali, la mancata integrazione sociosanitaria stanno rallentando tutto. Senza queste strutture, senza questi presìdi, i Piani restano dichiarazioni.
In Irpinia questo si traduce in una quotidianità fatta di dimissioni senza presa in carico, anziani soli, famiglie lasciate a gestire ciò che dovrebbe essere pubblico.

Ecco perché assume un valore ancora più rilevante la proposta di legge di iniziativa popolare della CGIL sulla sanità: una proposta che rimette al centro il finanziamento del Servizio Sanitario Nazionale, il rafforzamento del personale, il governo pubblico e l’uniformità dei diritti.
Non è una proposta di parte, è una proposta di sistema. Perché senza un intervento strutturale sul finanziamento e sull’organizzazione, la sanità territoriale e il sistema della non autosufficienza non reggeranno.

Ed inoltre stiamo anche assistendo a una trasformazione silenziosa ma radicale dei fondi sulle politiche di coesione. I fondi nati per ridurre i divari territoriali vengono progressivamente deviati verso competitività e difesa, armamenti, mentre territori come l’Irpinia, le aree interne e gran parte della Campania continuano a pagare il prezzo più alto in termini di servizi, lavoro e diritti.
Su questo scenario si innesta il rischio più grande: l’autonomia differenziata. Se oggi il sistema è già fragile, cosa accadrà quando le risorse e i livelli di assistenza verranno ulteriormente differenziati?

In Campania, e nelle aree interne come l’Irpinia, la risposta è evidente: più disuguaglianze, meno servizi, meno diritti. Serve allora una scelta chiara, anche da parte della Regione Campania e del suo Presidente, Roberto Fico: rafforzare il governo pubblico della sanità, correggere gli errori di programmazione, investire nelle aree interne e costruire una rete territoriale reale.

Perché se c’è un luogo che misura la tenuta del sistema sanitario, quello non è il centro delle grandi città. Sono le aree interne come l’Irpinia. Se qui la sanità funziona, funziona ovunque. Se qui non funziona, non funziona per nessuno.
E allora la questione è inevitabile: o si ricostruisce il Servizio Sanitario Nazionale come infrastruttura di uguaglianza, oppure si accetta una deriva che partirà dal Mezzogiorno e finirà per ridisegnare l’intero Paese.
Dall’Irpinia, oggi, così come per tante altre sollecitazioni non arriva una lamentela, ma arriva una verità politica.

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